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02 luglio 2022

A proposito di Wisława Szymborska


Parlare della poetessa polacca Wisława Szymborska mi risulta difficile. Qualunque combinazione di parole, anche la più ricercata, impallidisce al cospetto di ogni suo scritto, che sia una poesia più o meno lunga, un breve estratto del suo discorso di accettazione del premio Nobel (come dimenticare la frase “L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante 'non so'"?) oppure una lesta e ironica recensione di una “lettura facoltativa”.
La sua grazia, nella capacità di trovare i vocaboli giusti per ogni concetto e nel suo modo d’essere, è da sempre modello di riferimento per me. Tanto che “La Gioia di Scrivere”, la raccolta delle sue poesie pubblicata da Adelphi, è da innumerevoli anni ospite fissa sul mio comodino. Come lettura in cui naufragare, come ispirazione, come presenza silenziosa che mi ricorda verso quali belle parole rivolgere lo sguardo.

Per fortuna non è compito di questo amatoriale articolo analizzare la sua poetica dell'esistenza o scandagliare i suoi versi. Ma il dilemma rimane lo stesso: come parlare di una poetessa che ha fatto innamorare di sé, tra gli altri, Ferzan Ozpetek, Roberto Saviano, Umberto Eco e Roberto Vecchioni (che le ha anche dedicato una canzone)? Come raccontare in circa tremila caratteri tutte le sfumature dell’animo di un artista? Parrebbe un’impresa titanica per ogni amante delle belle parole, forse simile al tentativo di contenere in una piccola stanza tutto lo scibile umano.

13 luglio 2016

Il tempo delle donne

Se l’emozione che nasce dalla lettura di un romanzo deriva per metà dalla bellezza del romanzo stesso e per metà da un’esperienza personale, come raccontarla?

In realtà l’ho già fatto due volte: una con i libri di Magda Szabo e una con il fumetto Marzi. E ora è tempo di arricchire il tema letteratura femminile con altri due libri.

"Il tempo delle donne" di Elena Cižova racconta della Russia dei primi anni sessanta. La protagonista è Antonina, giovane operaia incinta di un uomo che l’ha abbandonata.
La soccorre lo stato sovietico, assegnandole un alloggio in coabitazione con tre anziane donne. Saranno loro a prendersi cura della bambina, occupandosi della sua educazione.
Attraverso il racconto orale, ovvero la storia delle loro vite e le sofferenze affrontate, e quello scritto, i libri e le arti, le tre donne formano Sjuzanna. E la formano in maniera talmente perfetta che la traccia scavata diventa un germoglio che crescerà, trasformando la bambina in una giovane donna riflessiva, curiosa, ricettiva agli stimoli che la circondano, e infine ricca caratterialmente.

Assorbire i racconti, abituarsi ad ascoltare, sviluppare la capacità di riflettere ed essere curiosi – elementi che portano a rispettare profondamente libri, arti e cultura in generale – erano (e spero siano ancora) parte fondamentale del metodo di educazione dei paesi dell’Est, soprattutto per le donne.

Per questo sono nate persone come Magda Szabo e Wisława Szymborska, donne capaci di parlare delle emozioni umane in maniera altamente poetica e allo stesso tempo infinitamente concreta.

Perché parlo della poetessa polacca? Perché leggere il libro di Elena Cižova in contemporanea con “La gioia di Scrivere” di Wisława Szymborska, ne ha amplificato l’effetto poetico e la riflessione sulle caratteristiche di queste donne che in comune hanno la provenienza geografica.

La vita quotidiana nella Russia comunista e la delicatezza della penna di Elena Cižova, si sono perfettamente sposate nella mia mente con l’arte poetica di Wisława Szymborska, che ci ha raccontato “le cose della vita” in modo impareggiabile.
E con una poesia di questa profonda donna, che va scoperta e ri-scoperta continuamente, vi lascio.

Ritratto di donna
Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo!

05 febbraio 2016

Il gatto in un appartamento vuoto

Morire - questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era,
e poi d'un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos'altro si può fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti né squittii.
Wislawa Szymborska

20 gennaio 2016

C'è un gatto in tutti noi

«Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Voi che amate i gatti, rammentate che i milioni di gatti che miagolano nelle stanze di questo mondo ripongono ogni loro speranza e fiducia in voi».

Chi l’avrebbe mai detto? William S. Burroughs, l’autore beat del visionario e controverso Pasto Nudo ci ha anche offerto un piccolo volumetto che parla di un grandissimo amore: quello verso i gatti.
Un libricino di 100 pagine che diventa una delicata dichiarazione nei confronti di quelli che sono i secondi amici dell’uomo.

Spesso preferiti al più fedele cane, gatti bianchi, gatti persiani, gatti di strada rivivono e diventano protagonisti delle pagine di Burroughs che, attraverso appunti sparsi, piccole note quotidiane e osservazioni, ci racconta il loro mondo, i loro pensieri e la loro psicologia.

Le testimonianze indicano che i primi gatti furono addomesticati in Egitto. Ed è questo il ruolo e la funzione che Burroughs affida al gatto, trasformandolo in compagno psichico e spiritello del focolare con cui dividere la propria esistenza.

L’amore nei confronti dei gatti diventa anche l’incipit per parlare dell’uomo, considerato dallo scrittore “l’animale più cattivo che esista”, e del suo rapporto con il mondo animale. Una relazione spesso violenta e di sottomissione.

L’effetto finale è commovente, forse perché Il gatto in noi riesce a risvegliare soavi esperienze personali.

E il libro diventa un piccolo gioiello che consiglio a tutti coloro che hanno avuto un gatto accanto. E anche a chi non l’ha avuto, perché potrebbe ricredersi.