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02 luglio 2022

A proposito di Wisława Szymborska


Parlare della poetessa polacca Wisława Szymborska mi risulta difficile. Qualunque combinazione di parole, anche la più ricercata, impallidisce al cospetto di ogni suo scritto, che sia una poesia più o meno lunga, un breve estratto del suo discorso di accettazione del premio Nobel (come dimenticare la frase “L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante 'non so'"?) oppure una lesta e ironica recensione di una “lettura facoltativa”.
La sua grazia, nella capacità di trovare i vocaboli giusti per ogni concetto e nel suo modo d’essere, è da sempre modello di riferimento per me. Tanto che “La Gioia di Scrivere”, la raccolta delle sue poesie pubblicata da Adelphi, è da innumerevoli anni ospite fissa sul mio comodino. Come lettura in cui naufragare, come ispirazione, come presenza silenziosa che mi ricorda verso quali belle parole rivolgere lo sguardo.

Per fortuna non è compito di questo amatoriale articolo analizzare la sua poetica dell'esistenza o scandagliare i suoi versi. Ma il dilemma rimane lo stesso: come parlare di una poetessa che ha fatto innamorare di sé, tra gli altri, Ferzan Ozpetek, Roberto Saviano, Umberto Eco e Roberto Vecchioni (che le ha anche dedicato una canzone)? Come raccontare in circa tremila caratteri tutte le sfumature dell’animo di un artista? Parrebbe un’impresa titanica per ogni amante delle belle parole, forse simile al tentativo di contenere in una piccola stanza tutto lo scibile umano.

15 maggio 2016

La sua danza: a tu per tu con Rudolf Nureyev

A parte poche eccezioni rappresentate da libri come "Open" di Andre Agassi, non mi piacciono le biografie o le storie di personaggi celebri. Nemmeno quelle non ufficiali o in forma romanzata.
Le ho sempre trovate poco appassionanti e coinvolgenti, e il buon proposito di affrontarle si è sempre infranto dopo poche pagine.

Con "La sua danza" ho scoperto che leggere la storia di un personaggio famoso non è sempre qualcosa di noioso e lungo. Che dipenda dal personaggio in questione? Probabile.

Il libro ha per protagonista Rudolf Nureyev, il ballerino russo morto di Aids a soli 55 anni, e diventato icona irraggiungibile della danza.
La sua storia inizia in Russia nel 1941, quando nel reparto d’ospedale il giovane Rudik salta, vola e piroetta di fronte ai soldati di ritorno dalla guerra.

Come in un balletto, le vicissitudini umane di Nureyev si susseguono con un ritmo brillante e preciso attraverso diversi punti di osservazione.

La fuga dal regime verso orizzonti più ampi, la descrizione di una Russia immobile, ma densa di poesia, la personalità complessa e umana di un uomo ossessionato, la droga e il sesso sono alcune delle tematiche raccontate da un coro di personaggi che danno voce ai vari lati – sentimentale, artistico, sociale, politico e omosessuale – del ballerino.
Queste voci sono la sorella Tamara, il marito della sua prima insegnante di ballo, la loro figlia Julia, ma anche Andy Warhol e Margot Fonteyn.

Il pioniere della danza viene così messo a nudo da questa polifonia e dalla scrittura di Colum McCann, offrendoci molti spunti da ricordare.

Nureyev rappresenta una vita dedicata alla disciplina e alla voglia di raggiungere cime inaspettate.
Nureyev rappresenta la voglia di libertà e cambiamento attraverso la danza, che è già un modo metaforico di plasmare lo spazio.
Nureyev rappresenta la bellezza della danza e la fragilità di una persona reale che, come tutti noi, commette degli errori. Che paga molto cari.

Emozioni, azioni, scelte diventano il combustibile che muove i passi feroci di Nureyev, e a sua volta i passi della sua danza si trasformano in modo per raccontare gioia, ribellione e disperazione.
E tutto questo la scrittura dell’irlandese Colum McCann lo racconta benissimo.
Amavo la danza, ma dopo questo libro l’amo ancora di più.

10 maggio 2016

I Quaderni Giapponesi di Igort

Il tuo cuore accelera quando si nomina il Giappone? I manga hanno invaso scaffali, mensole, mobiletti e anche scarpiere? Sogni di avere un vicino che si chiama Totoro?
Se la risposta (a una o a tutte e tre le domande) è sì, abbiamo qualcosa in comune e un libro da conservare con cura nelle nostre librerie: Quaderni Giapponesi di Igort.

Il succo del libro è questo: Igort ci porta tra le bellezze della terra nipponica, senza un viaggio di dodici ore. Ci porta tra le minuscole stradine giapponesi, nelle tavole calde, negli uffici e ci presenta usi, tradizioni e miti di questo straordinario paese. Ci porta in viaggio per raccontarci una parte importante della sua vita e la realizzazione di un sogno: lavorare nel Sol Levante. Tra le sue pagine e i suoi disegni, trova infatti ampio spazio il rapporto lavorativo di sei mesi con la casa editrice Kodansha che, a partire dagli anni '90, concesse a fumettisti e studiosi occidentali la possibilità di trascorrere del tempo in Giappone.

Quaderni Giapponesi, però, non è solo il viaggio di un disegnatore nel paradiso dei disegnatori, ma una ricchissima esperienza multi sensoriale. Per chi ama il Giappone, o semplicemente per chi ha un carattere curioso, non è difficile lasciarsi avvolgere dai colori, dagli odori e dai rumori evocati dai tratti di Igort. Non mancano poi innumerevoli personaggi del passato e del presente che, con le loro storie, fanno capolino tra le suggestive pagine del libro.

La matita di Igort riesce con sublime maestria a raccontare tutte le sfumature del Giappone, adattandosi perfettamente a ogni situazione. A volte il disegno è minimale e privilegia il bianco e nero, altre volte i colori emergono con forza per richiamare la bellezza degli scorci giapponesi. Il tutto mentre digressioni iconografiche che riprendono stampe Ukiyoe, inquadrature di film nipponici e fotografie reali regalano alla graphic novel una connotazione ancora più ampia e ricca.

Questo connubio di stili e contenuti differenti dà vita a un grande affresco dove la potenza del fumetto si combina con le storie e le tradizioni di quell'impero dei sogni dove grazia e bellezza affascinano l'occidente sin dall'ottocento. Per questo e per tanto altro, Quaderni Giapponesi è una lettura fondamentale per filo-nipponici e per appassionati di storia del fumetto e dell'animazione.

Per saperne di più: igort.com/ - fandangoeditore.it/shop/coconino-press/quaderni-giapponesi/

08 maggio 2016

Confessioni di un sicario dell'economia


Come si fa a ribellarsi a un sistema che sembra darci una casa, cibo e vestiti, elettricità e assistenza sanitaria, pur sapendo che quel sistema crea anche un mondo dove ventiquattromila persone muoiono di fame ogni giorno e altri milioni ci odiano?

Alcuni libri ci intrattengono, altri ci fanno viaggiare con l’immaginazione, altri ancora ci raccontano storie di vita da cui possiamo trarre spunti e insegnamenti utili per affrontare i problemi quotidiani.
Esistono però dei libri che nascono per aiutare il lettore a interpretare il mondo che lo circonda e, soprattutto, sviluppare opinioni personali in grado di farlo vivere con più consapevolezza.

Il libro di John Perkins appartiene a questa categoria. “Confessioni di un sicario dell’economia” è un testo lucido, chiaro e semplice, capace di mantenere viva l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima riga.
Non è un’opera per chi ama i complotti, ma un diario mozzafiato che racconta una verità pesante. Una realtà che facciamo finta di non vedere perché anche noi siamo ancora succubi dell’apparenza e schiavi del “sogno americano“.

Attraverso una scrittura fluida e lucida, e allo stesso tempo chiara, John Perkins espia le colpe del suo passato denunciando quello che ha fatto e visto e raccontando al mondo la sua vita “da sicario”.

I sicari dell’economia americani, di cui John Perkins faceva parte, sono professionisti che, attraverso previsioni economiche per lo più falsificate invogliano i leader di diverse nazioni (in passato Iran, Indonesia, Panama e Arabia Saudita) a dar vita a grandi e ambiziosi progetti “di sviluppo”.

Fingendo di voler esportare la loro democrazia, la loro cultura e il loro stile di vita (come ha raccontato anche Massimo Fini nel Vizio Oscuro dell’occidente) gli Stati Uniti convincono i leader dei paesi che considerano “sottosviluppati” a chiedere prestiti che non saranno mai in grado di restituire.
Chi si rifiuta di cedere alla trasformazione del suo paese in clone del “americano” viene, semplicemente, eliminato. Chi accetta diventa “colonia”.

In sintesi,  i “sicari” sono gli esecutori di un progetto che ha come obiettivo il trasformare gli USA in impero mondiale. Ma la sintesi non basta per spiegare appieno tutti i meccanismi di questo sistema, quanti orrori nasconda e cosa possiamo fare noi per cambiarlo. Per avere queste informazioni bisogna leggere l’intero libro.

Confessioni di un sicario dell’economia è un libro molto difficile da digerire. Un “Gomorra” americano. Con la differenza che, mentre in Italia conosciamo benissimo il potere delle mafie e siamo consapevoli della sua presenza, nel libro di Perkins è raccontata una storia che troppi non hanno sentito o non vogliono sentire.