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01 marzo 2022

Così è la vita, così è la morte

Perdere un genitore, un figlio, un fratello, un amico. Reagire al dolore. Trovare il proprio modo personale per esorcizzarlo.Vivere il lutto come un’esperienza che è parte della vita. Non negare, quindi, l’esistenza della morte.

Sono questi, elencati alla rinfusa, i pensieri che si rincorrono in due libri che analizzano il lutto attraverso punti di vista che si completano tra loro.

"La grande festa" di Dacia Maraini e "Così è la vita" di Concita De Gregorio, già dal titolo, suggeriscono quello che le due autrici vogliono comunicare attraverso le loro pagine: la morte è parte naturale della vita stessa e va rispettata (e vissuta) come tale.

23 luglio 2016

Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère

Da quando mi sono persa tra le pagine di "Limonov" e "La vita come un romanzo russo", Emmanuel Carrère è entrato prepotentemente a far parte della cerchia dei miei autori preferiti. Tuttavia, il libro che ha lasciato in me un'impronta indelebile è "Vite che non sono la mia". Molto più di un romanzo, molto più di una storia vera, molto più di un libro caratterizzato da una scrittura sincera. Molto più di tutto.

Classe 1957, Emmanuel Carrère è scrittore, sceneggiatore e regista francese. Oserei aggiungere: senza troppi peli sulla lingua.
"Vite che non sono la mia" è invece un suo libro - passato un po' in sordina - del 2009.

La sinossi è semplice: Carrère, in pochi mesi, assiste a due eventi drammatici che lo sconvolgono. Vittime due Juliette, una bambina morta durante lo Tsunami del 2004 e un'indomita donna impegnata in una battaglia contro il cancro.
La prima si trovava in Sri Lanka in vacanza mentre anche lo scrittore era lì, la seconda faceva il giudice ed era la cognata di Carrère.
Lo scrittore diventa quindi involontario testimone di due eventi che da sempre lo spaventano: la morte di un figlio per i suoi genitori e la morte di una madre per la sua famiglia.

Mosso da un suggerimento che diventa presto obbligo morale, l'autore trasforma le due storie di dolore e morte in un romanzo unico. Perché questo è Carrère: un autore capace di esprimere con una scrittura trasparente e affilata tutte le luci e le ombre della realtà.

"È un libro" - come ha detto l'autore - "dove tutto è vero". E per questo risulta essere così potente, per questo riesce a colpire in modo così forte.

Tra le pagine di questo intimo romanzo le storie crescono e si arricchiscono, e le situazioni miste a parole taglienti avvolgono e frastornano il lettore.

La vita, in tutta la sua altalenante potenza, si cristallizza nella scrittura e nel voyeurismo tipico di Emmanuel Carrère che trova finalmente la sua funzione: analizzare, sminuzzare e portare alla vera essenza la sofferenza.
Così il dolore - elemento inevitabile della vita - trova finalmente pace tra le pagine di un racconto. A dimostrazione di quanto la scrittura abbia un potere esorcizzante. Per chi scrive e chi legge.

01 giugno 2016

1Q84 di Haruki Murakami



Se un libro non ti lascia dormire la notte. Se arrivi a parcellizzare le pagine per paura di finirlo. Se continui a dirti che più di 700 pagine sono troppo poche. Se, una volta finito, l'unica cosa che senti è la necessità di raccontarlo e raccomandarlo. Ecco, se arrivi a questo punto, vuol dire che hai in mano qualcosa di speciale.

1Q84 di Murakami è così, e io lo sapevo nel momento in cui l'ho acquistato. Molto al di sopra di "Dance Dance Dance", "L’uccello che girava le viti del mondo" e "Kafka sulla spiaggia", 1Q84 è l'opera di Murakami che ho preferito. Cosa incredibile visto che ho amato ogni singola opera dello scrittore giapponese.

Lost in 1Q84
Tralasciando la trama,  che sarebbe ingiusto svelarvi, l'unica cosa di cui possiamo parlare sono le emozioni e le impressioni. Non mi ritrovavo così soddisfatta ed entusiasta di un prodotto culturale dalla fine di Lost, in assoluto il miglior telefilm di tutti i tempi per la sua capacità di essere simile all'epica, alla letteratura e alla tragedia greca.

1Q84 ha infatti molte cose che ricordano il celebre serial di J.J Abrams: la scelta di un racconto a più voci optando per parallelismi difficili da identificare nel tempo, i flashback, la dipendenza che si prova alla fine di ogni capitolo e il principio: sia in Lost che in 1Q84 i protagonisti si ritrovano "prigionieri" in un luogo chiuso all'inizio della storia.

Come Lost, questo romanzo ti trascina in un mondo altro sconosciuto e indefinibile e trasforma la lettura in qualcosa di attivo e non passivo. La mente è infatti continuamente stimolata a trovare collegamenti, ricordare riferimenti e tentare di dare un senso a tutti i piccoli indizi contenuti nel libro.
Ma 1Q84 è anche, come Moby Dick e sempre come Lost, un contenitore di cultura grazie alle numerose citazioni musicali e letterarie all'interno del romanzo, tutte ovviamente ben inserite nel contesto descritto. Ed è anche un libro che ha come protagoniste tante donne caratterizzate con precisione.

Infine 1Q84 è una bellissima storia "alla Haruki". Onirica e suggestiva ma che, unita agli elementi qui sopra, crea un qualcosa di unico.

Il finale e il lettore attivo
Dopo l'uscita di 1Q84 Libro 3, numerosi commenti hanno accostato il lunghissimo romanzo di Murakami a Lost. Anche, e oserei dire soprattutto, per il finale, considerato da tutti deludente.
Al di là dei giudizi personali, che rispetto, ritengo sia sbagliato giudicare un'opera, che sia un libro o un telefilm, basandosi esclusivamente sul finale. 1Q84, come Lost, è da valutare nella sua interezza. È una grande opera da ammirare per l'intreccio scelto, per la completezza della sua struttura narrativa, per i dettagli, per la descrizione dei personaggi e, soprattutto, per le sensazioni provate durante la lettura. Se si presta attenzione a tutti questi elementi, il finale appare sotto tutta un'altra luce.

1Q84, come ogni altro libro di Murakami, necessita di un lettore attivo e attento, capace di riflettere su quello che legge. Oltre a un pizzico di fantasia, per poter dare un proprio senso alla storia, occorre concentrazione e buona memoria, perché spesso gli indizi per interpretare il finale e contestualizzare l’intero racconto sono nei capitoli precedenti. Proprio come in Lost.

Ricordando Umberto Eco, che nel suo "Apocalittici e Integrati" scrive che "la cultura odierna ha la tendenza di suggerire emozioni già costruite scoraggiando sforzo individuale", si può dire che 1Q84 non è adatto a lettori che si aspettano di ricevere un finale chiaro ed esaustivo. Certo alcune cose non vengono spiegate, in parte è vero, ma è possibile completarle con la propria fantasia.

Ritengo 1Q84  una grande saga caratterizzata da un intreccio affascinante che ti costringe a prestare attenzione a ogni singolo passaggio per poter ricostruire l'intera storia.
A una scrittura semplice, peculiarità di ogni scrittore giapponese, si abbina un’incantevole narrazione molto visiva e una fantasia surrealista degna di David Lynch. Tutti elementi che confermano la grandezza di Murakami e di questa sua opera.

Questo è stato per me 1Q84. Questo è per me Haruki Murakami.

24 aprile 2016

Tre libri che parlano d'amore (meglio di Shakespeare)



Romeo e Giulietta non è la mia storia d’amore preferita.

Nonostante le lacrime e la mia passione per Shakespeare, al velocissimo colpo di fulmine degli amanti di Verona preferisco la tenerezza di un amore lungo una vita. E di amori lunghi una vita, sapientemente raccontati, ne sanno qualcosa Gabriel Garcìa Marquez, Orhan Pamuk e David Nicholls, autori di quelle che considero le più belle storie d’amore mai raccontate.

L’amore ai tempi del colera non ha bisogno di presentazioni: quante emozioni in quelle pagine finali che raccontano con delicatezza il coronamento del sogno d’amore tra Fermina Daza e Florentino Aziza! Che meravigliosa e commovente poesia caratterizza i lenti movimenti dei due, ormai anziani, quando finalmente si ritrovano fisicamente vicini dopo una vita infinita!

Anche Il Museo dell’Innocenza, capolavoro del turco Orhan Pamuk parla di un amore lungo una vita.
Kemal e Fusun si incontrano, si trovano coinvolti in una passione fisica travolgente e vengono allontanati in modo apparentemente interminabile. Vivendo nella speranza di realizzare il loro sogno d’amore.
Dopo averci deliziato con Neve, il primo romanzo dopo il Premio Nobel vede un Pamuk strepitoso, capace di raccontare attraverso un geniale espediente narrativo – l’ossessiva raccolta da parte di Kemal di ogni singolo oggetto legato alla sua amata – la purezza di un sentimento infinito.

Tempo e amore sono anche i protagonisti del romanzo One Day di David Nicholls. Una commedia romantica inglese alla Nick Hornby colta sempre lo stesso giorno, il 15 luglio, per 19 lunghi anni. Anche in questo caso Emma e Dexter sono protagonisti di incontri, separazioni, matrimoni e così via.
Fermina e Florentino, Kemal, e Fusun, Emma e Dexter si trovano, si lasciano, si cercano, si ritrovano o si lasciano.
Ma il loro sentimento pervade la cronaca delle loro vite e non si spegne mai.

Non me ne voglia William, ma questo è l’amore che commuove. Quello capace di resistere.

17 aprile 2016

Anna, Zlata e Lina



Ci sono libri che innervosiscono, che coinvolgono il tuo cuore in sensazioni tanto spiacevoli quanto necessarie. Sono i diari e le storie di guerra raccontate da bambine sensibili che dalla vita vogliono solo una cosa: essere felici. Alcune ci riescono, altre no. Tutte, però, rimangono impresse nella mente e nel cuore di chi scopre le loro storie.

La prima è Anna Frank che, con il suo diario e la sua vita, è ormai parte della storia.
Anna è una testimonianza fondamentale della seconda guerra mondiale, e voce di sensazioni e angosce di una bambina coinvolta suo malgrado nelle atrocità create dagli adulti.
E se il suo diario è una lettura fondamentale per giovani e meno giovani, altrettanto importante è visitare l'alloggio segreto ad Amsterdam. Le parole sulla carta non sono in grado di sconvolgere tanto quanto quelle stampate nella stanza dove Anna sognava un futuro migliore.

Durante la guerra in Jugoslava, un’altra bambina ha deciso di seguire le sue orme e descrivere, giorno dopo giorno, emozioni e fatti di questo conflitto attraverso il suo Diario di Zlata. Al quale domanda “Io amavo la mia infanzia e ora una terribile guerra mi sta portando via tutto. Perché?”. A Zlata Filipovic è stato riservato un destino migliore di Anna, anche se l’esperienza ha lasciato una traccia indelebile e una domanda che non ha mai trovato risposta.

Nel 2011 è poi arrivata Lina, protagonista del libro “Avevano Spento anche la Luna” di Ruta Sepetys. Personaggio di finzione, ma solo per alcuni versi. La figura della giovanissima bambina pittrice, deportata dalla Lituania a un campo di lavoro in Siberia nel ’40 dall'esercito russo, è l’emblema della silenziosa carneficina operata dai comunisti ai danni della popolazione lituana.
Una finzione simile a quelle di "Piccola Guerra Perfetta" di Elvira Dones ma viva e impressionante perché nata dall'accurata ricerca di storie vere della scrittrice.

Quello che è hanno in comune questi libri è il male. Il male che ha attraversato questo secolo assumendo forme diverse. Senza colori e bandiere, questo male non appartiene a una sola fascia politica o a un solo uomo, e si contrappone all'innocenza di bambine senza colpe. È un male che fa male.

E cosa possiamo fare noi, oltre a informarci, ricordare, amare e vivere al meglio la nostra vita?
Possiamo fare una cosa importante: scolpire nel cuore la frase di Otto Frank, papà (sopravvissuto) di Anna e autore della più toccante frase dedicata all'argomento:

"Non possiamo più cambiare quello che è avvenuto. L’unica cosa che possiamo fare è imparare dal passato e comprendere cosa voglia dire discriminare e perseguitare persone innocenti. Sono convinto che ognuno di noi abbia il dovere di lottare contro i pregiudizi."

08 aprile 2016

Purity di Franzen, dalla A alla Z


A
mori, a volte sereni, a volte impetuosi; Battaglie civili; Coscienza sporca; Demoni; Errori; la Famiglia, secondo Franzen; Un viaggio nella Germania dell'Est; Hacker e Ideologie; Legami, da mantenere o da recidere; Moralità; Nevrosi; Odio; PURITYQuesiti senza risposta; Responsabilità; la Scrittura, in tutto il suo splendore; Totalitarismi; l'Umanità e le sue mille facce; Verità; Web, Xenofilia, YTIRUP; Zavorre emotive.

22 marzo 2016

Underground with Murakami

Una vita passata a leggere manga ha provocato in me un effetto collaterale presente ancora oggi: un grande amore per la cultura giapponese. Nel tentativo di non tradire mai questa passione, ho dedicato i miei ultimi ad alcuni autori contemporanei, tra cui Haruki Murakami.

Scrittore completo, realistico e allo stesso tempo onirico e fantasioso, rende giustizia alla cultura giapponese superando di gran lunga l’ormai banale positivismo di Banana Yoshimoto.

Dotato di una scrittura intelligente, capace di scegliere temi profondi e analizzarli con concretezza, Murakami riesce a raccontare le sue storie componendo con le parole. Le sue frasi diventano spartiti perfettamente incastrati tra loro che raccontano i vari lati della vita giapponese. Ed è proprio grazie a questa capacità che Murakami è riuscito anche a scrivere un libro come Underground.

Questo libro non è un romanzo, ma un saggio-intervista che racconta gli attentati alla metropolitana di Tokyo del 1995, quando i membri della setta giapponese Aum Shinrikyo hanno diffuso gas nervino nei scomparti dei treni durante l’ora di punta. L’attentato uccise 12 persone, intossicandone poi migliaia.

Murakami, spinto da una voglia di indagare la realtà dei fatti approfondisce l’avvenimento intervistando sia le persone che hanno subito l’attentato che alcuni esponenti della setta stessa.

Il libro si divide infatti in due parti: la prima, a sua volta divisa in cinque parti come le cinque linee colpite, racconta il punto di vista delle vittime. La seconda è invece dedicata agli ex-adepti di Aum Shinrikyo.
Comprensione ed empatia caratterizzano la prima parte, mentre rabbia, incapacità di comprendere e allo stesso tempo una velata umanità sono i punti chiave della seconda.

Di fronte agli ex-membri della setta, lo scrittore è quasi più arrabbiato perché non soddisfa la sua sete di comprensione, ma allo stesso tempo comprende che queste storie hanno in comune un forte disagio nei confronti della società che viene colmato dal ruolo che svolge il fanatismo religioso.

Le descrizioni minuziose e i racconti ricchi di spunti permettono a Murakami di approfondire i lati negativi della società giapponese, il ruolo della religione, i livelli di responsabilità e anche criticare i sistemi del paese, dai trasporti alla sanità fino ad arrivare ai mass media. E non solo, l’esperienza delle vittime permette di capire meglio la vita di un giapponese medio, il suo modo di vedere il mondo e di vivere gli avvenimenti.

Tanti approfondimenti che non chiudono la vicenda, ma che lasciano un finale quasi aperto che può essere colmato solo dalle riflessioni del lettore. Perché, per quanto il gesto sia sempre e comunque ingiustificabile, in questo e in altri casi esistono sempre dei sentori (la sete di potere dei governi e il loro finto interesse per il popolo, i numerosi problemi della società, l'arroganza delle religioni che vogliono imporre il loro credo, fisicamente o psicologicamente; il disagio dei giovani) che troppo spesso sono ignorati.

09 marzo 2016

Vergogna di J.M. Coetzee

Nel libro Vergogna di J.M. Coetzee, il razzismo sceglie un'altra direzione rispetto a quella che vede contrapposti i "divini bianchi" o i "divini occidentali" a chiunque non sia altrettanto "perfetto".
Qui è una coppia caucasica, padre e figlia, a dover fare i conti con il razzismo sudafricano post-apartheid.

Ambientata nella Provincia del Capo, la storia prende il via quando il cinquantaduenne professore universitario David Laurie viene denunciato da una sua allieva (con cui ha una relazione) per molestie sessuali. Licenziato, trova conforto nella fattoria gestita della figlia Lucy.
Qui la vita inizia a trovare un senso per David, che in questo piccolo angolo di paradiso si dedica alla scrittura e riscopre l’amore per gli animali, grazie anche all'aiuto che inizia a dare in una clinica veterinaria. Ma la situazione cambia il giorno in cui alcuni individui saccheggiano la fattoria e riversano su David e Lucy un fiume di inaudita violenza. Questa è la tassa che deve devolvere una donna per la sua indipendenza, questo è il prezzo che deve pagare un bianco in un Sudafrica trasformato dopo l’apartheid.

Il razzismo e la disuguaglianza tra persone che respirano nello stesso modo diventa quindi il tema principale di un romanzo condito con una scrittura leggera e pulita, quasi essenziale.
L’impressione che resta, e che forse trascende la bellissima descrizione della psicologia dei personaggi, è vergogna. Vergogna per cosa può fare l’uomo. E per quanto sia inutile rispondere alla violenza con altra violenza.

È la stessa sensazione che ho provato quando ho sentito dire che "l’olocausto è giusto alla luce di quello che gli israeliani hanno fatto poi" oppure quando ho letto la storia del pugile Muhammad Ali e i capitoli di "Padroni del Mondo" di Enzo Biagi dedicati a Malcom X. Tutti questi personaggi volevano rispondere al razzismo con lo stesso razzismo.
Violenza e vergogna sono due “V” concatenate. Solo che l’unico rapporto di causa-effetto possibile dovrebbe essere che la prima provoca la seconda, e non viceversa.

26 febbraio 2016

Neve di Orhan Pamuk

Avete presente la sensazione di sazietà dopo un pasto eccellente? Ecco, finendo "Neve" di Orhan Pamuk mi sono sentita così: soddisfatta, contenta e anche sazia.
Il motivo è semplice: Orhan Pamuk è riuscito a trasformare il suo romanzo in un perfetto puzzle in grado di bilanciare un intreccio ben costruito, una fabula coinvolgente, un contesto storico e politico ben narrato e un’eccellente scrittura.

In un intreccio che mischia passato e presente, Neve racconta il viaggio di ritorno del poeta Ka nella città turca Kars, dopo un periodo di esilio in Germania. Ka torna a casa durante un’intensa nevicata che ha paralizzato la città, deciso a indagare e raccontare la storia di alcune ragazze che, obbligate a togliersi il velo, hanno preferito togliersi la vita.
Se gli articoli sono il pretesto del viaggio, il viaggio diventa il pretesto per un incontro tra il poeta, le sue radici, la donna amata e la situazione politico-culturale del suo paese. Qui, lo scontro tra sostenitori e contrari al velo, alimentato dalle diverse opinioni sulla cultura occidentale (chi la vuole imitare e imporre, chi la critica), sfocia in tre giorni di rivoluzione. E Ka, suo malgrado, ne è coinvolto.

La penna di Pamuk seziona come un chirurgo le idee delle opposte fazioni, addentrandosi all’interno delle motivazioni che spingono all’azione i due gruppi. Lo scrittore però, proprio come Ka, rimane spettatore oggettivo delle vicende. E al lettore lascia un’occasione di riflessione che sfocia nel dubbio se imporre il velo e obbligare a non metterlo non sia la stessa costrizione, come ricorda anche la filosofa Michela Marzano nel suo “Sii bella e stai zitta”.

Le donne, in questo senso, diventano le co-protagoniste del libro. Come oggetto delle contestazioni e, una in particolare, come fulcro dell’amore del protagonista e come elemento che determinerà tutta la storia narrata durante e dopo i tre giorni di assedio.

Ma sono co-protagoniste solo perché non riescono a rubare la scena al vero elemento dominante del romanzo: la neve. Come la neve che avvolge tutto e cancella i contorni alle cose, contribuendo allo smarrimento delle persone, così il periodo politico turco è confuso, e le posizioni non trovano un senso per dialogare. E l’esagono stilizzato di un fiocco di neve è la struttura con cui Ka decide di costruire il suo nuovo libro di poesie, ispirato dagli eventi che lo circondano.

E come la neve avvolge Kars, così questo libro avvolge il lettore.

06 febbraio 2016

Piccola guerra perfetta di Elvira Dones

In questo libro le parole cadono come bombe. Una dopo l’altra. Lentamente. Silenziosamente. In modo preciso. Cadono come le bombe lanciate dalla Nato per fermare la pulizia etnica di Milosevic. E quando arrivano a terra colpiscono il cuore di chi legge fino a portarlo a un pianto finale, strozzato come le grida soffocate delle donne stuprate dai miliziani serbi.

La piccola guerra perfetta di Elvira Dones non è piccola, non è perfetta, è solo guerra. Un conflitto dove alle fiduciose aspirazioni della Nato “sarà una guerra aerea piccola e perfetta perché nessun soldato americano tornerà a casa in una bara” si contrappone quello che succede a terra.

Protagoniste sono tre donne assediate a Pristina, Rea, Nita e Hano, e le loro famiglie. Donne che vivono sulla propria pelle sia i bombardamenti che gli ottanta giorni di orrore scatenati dall’esercito serbo. Donne normali, arrabbiate, che provano a resistere e a ribellarsi alla violenza che spazza via la loro vita cercando di attraversare ogni giorno la città per telefonare al mondo e raccontare quello che sta succedendo.
Dalla finta calma prima dei bombardamenti alla tempesta di violenze, le loro vicende personali entrano nella storia e, come nel libro Cecenia di Anna Politkowskaja, non lasciano abbastanza aggettivi per descrivere la cattiveria scatenata dall’uomo contro un altro uomo.

Quando si arriva alla fine di Piccola Guerra Perfetta, non si può rimanere indifferenti. Non è solo un romanzo ben scritto, è molto di più. Sono storie vere romanzate, nate dopo anni di studi e ricerche condotte da Elvira Dones sulle violenze subite dalle donne kosovare.

L’essenza del libro è riassunta benissimo nell’introduzione di Roberto Saviano: “Non un romanzo sulla guerra, né romanzo di guerra, questo romanzo è direttamente la guerra. L’assunzione della guerra nell’occhio pietoso della vittima, che non giudica, non condanna ma comunica la sua visione attraverso uno sguardo limpido, classico che non distorce nulla”.

Quello che in realtà rimane è il senso dell’ingiustizia perfetta, che porta sempre e soli i civili a morire e soffrire, in balia di un pazzo dittatore o, come in Libia, di un esercito “amico” che vuole aiutarli nel modo sbagliato.

La guerra non è mai perfetta, l’ingiustizia sì.

03 febbraio 2016

Cos'ha Magda Szabo che altre non hanno?


Esistono libri che sono difficili da dimenticare, romanzi che vengono ricordati per le loro splendide figure di donne. Imperfette, reali, pensanti. Modelli di cui, vista l’attualità, abbiamo davvero bisogno.
Oggi come non mai.
Queste figure sono le protagoniste delle opere di Magda Szabo, autrice ungherese di cui vi parlerò raccontandovi due suoi libri.

Un breve accenno alla trama
“La Porta” è un libro bello e triste da perdere il fiato, una storia semplice che parla del conflittuale rapporto che intercorre tra una scrittrice incapace di affrontare i problemi del quotidiano e la moralità della sua donna di servizio.
La stessa tematica, il conflitto tra due caratteri forti, è possibile ritrovarla anche nella “Ballata di Iza”, dove una donna di provincia e la figlia in carriera si ritrovano a vivere una convivenza forzata dove il legame con il passato dell’anziana si scontra con la visione moderna della figlia.

Cosa c’è nei libri di Magda Szabo?
Lo stile della Szabo è incantevole e delicato, trasforma parole in emozioni coinvolgendo fisicamente il lettore in un sentimento antico e un’empatia intensa per i personaggi.
L’atmosfera dei libri di Magda Szabo mi riporta alla mente la Polonia (e in generale molti paesi dell’Est), dove il tempo sembra essersi fermato e i valori morali – onestà, rispetto del prossimo e delle tradizioni, educazione rigorosa – prendono forma nelle emozioni umane. Emerge nelle pagine dei romanzi l’importanza del tempo trascorso, incarnato dalla relazione con gli oggetti fisici e le persone. La nostalgia è infatti la principale chiave di lettura. Il culto della casa, dei ricordi dell’infanzia e del tempo trascorso si trasformano in un bagaglio importantissimo che rende commoventi personaggi anziani, spesso trascurati dalla letteratura.
Altro elemento fondamentale è la perfetta descrizione delle caratteristiche dei personaggi e dei rapporti che intrattengono con altre persone. Non c’è mai un buono o un cattivo per cui tifare, ma ognuno viene spiegato secondo i suoi limiti comportamentali e caratteriali. Non c’è ovvietà in questa descrizione.

C’è la realtà umana nei romanzi di Magda Szabo, quella realtà su cui è bene riflettere per capire e avere una propria coscienza da applicare ogni giorno, quando ci ritroviamo a giudicare i comportamenti di chi ci sta intorno.

31 gennaio 2016

La famiglia secondo Jonathan Franzen e Alice Munro

Da un lato c’è Alice Munro, dall’altra Jonathan Franzen. Lei è canadese, lui è americano. Lei è una donna, Lui è un uomo.
Entrambi raccontano i lati oscuri delle famiglie.
Entrambi ci spiegano come a volte non esistano correzioni ai legami familiari.
Cosa mi consente di paragonare l’autore de “Le Correzioni” alla creatrice di “Nemico, Amico, Amante”?
Una cosa sola: la sensazione provata del leggere i loro libri.

In “Nemico, Amico, Amante”, romanzo di Alice Munro composto da nove racconti, si raccontano nove rapporti umani.
Storie semplici, quotidiane, chiare, ma allo stesso tempo intense e a volte drammatiche, come solo possono essere i rapporti affettivi all'interno delle famiglie.
Incomprensioni, incompatibilità caratteriali, scelte di vita diverse, tradimenti, l’effetto di una malattia sugli equilibri dei rapporti: nessuna trama da fuoco d’artificio, nessuna storia fantascientifica, solo tematiche normali e la realtà della natura umana nuda e cruda.

Emozioni che rimandano proprio a “Le Correzioni” (e anche a “Libertà”) di Jonathan Franzen.
Un meraviglioso libro corale per la forma, ma non corale nel contenuto. Ogni personaggio del romanzo – la coppia Albert ed Enid, i figli Chip, Gary e Denise – è infatti solo, con il suo malessere e i suoi problemi. E l’imposizione di un ultimo pranzo di Natale insieme non cambia e non accenna a far superare i rapporti tesi e problematici all'interno e fuori della famiglia.

Sono questi i lati più veri dei romanzi: comprendere i limiti dei rapporti familiari e accettarli.
I finali di entrambi i libri possono disorientare i più felici, ma sono veri. Dicono quello che spesso nel mondo d'oggi fa parte dell'indicibile.

Le situazioni a volte non solo non possono cambiare, ma l’infelicità insita nei rapporti familiari potrebbe non essere sanata, anzi è spesso sbagliato pretendere che lo sia.