martedì 21 marzo 2017

Due volte a settimana di Ernesto Valerio, storie di vite, memorie, oggetti

Foto sbiadite, lettere, cappotti vecchi, barattoli e barattolini, orologi, ricevute e tanti, tantissimi, documenti. Gli oggetti hanno memoria?

Secondo lo scrittore Ernesto Valerio la risposta è sì. Ogni oggetto assume un significato nel momento in cui entra in contatto con una vita e diventa davvero testimone di relazioni, abitudini, situazioni, gioie e dolori.

Questo è il tema di "Due volte a settimana", libro che racconta la storia e le storie di Elio, giovane uomo che ha trasformato la ricerca di oggetti usati in lavoro.
Elio è uno "svuota cantine", un amante del vintage, un assiduo frequentatore di mercatini. Uno di quei personaggi, chiamati in America "Junker", che possiamo trovare in molte trasmissioni tanto di moda in questo momento.
Ma, più di tutto, Elio è un ricercatore e custode di memorie passate. Maneggia oggetti abbandonati e storie, che scopre e riporta alla luce. E torna sempre a casa carico di cose, persone, impressioni.

Ci sono due bei concetti tra le pagine del libro di Ernesto Valerio. Il primo è sicuramente la rivalutazione del vecchio, del logoro.
In questo breve romanzo, la ricerca di oggetti usati è un esercizio di libertà che porta il protagonista a invertire i concetti assoluti con i quali giudica il bello e il brutto. È un modo per contrapporsi a un mondo che elogia solo il nuovo, le tendenze dell'ultimo istante, la continua sostituzione.
In questo senso, la riscoperta e valorizzazione dell'usato diventa l'occasione per seguire una propria strada, senza condizionamenti e senza limiti. E per riportare l'azione e la scelta di fare qualcosa solo alla propria persona e non a qualcosa che va fatto perché di moda.

L'altro spunto interessante di "Due volte a settimana" è l'elogio della ricerca e della scoperta sul campo, pratiche bellissime ma spesso poco valorizzate.
Un mondo dove tutto è a disposizione è bellissimo e "comodo", ma quanto è bello l'atto stesso della ricerca? Quant'è bello arrivare a un argomento, a un libro, una canzone o a un oggetto dopo un percorso lento e ricco di stimoli? Questa è un'altra cosa che ci insegna il caro Elio.

E la scrittura? In perfetta simbiosi con il contenuto del romanzo. Fortemente descrittiva, d'impatto. Frasi brevi come diapositive, come i  ricordi che può evocare un oggetto.

Tutto questo rende il libro di Ernesto Valerio, un bel racconto ricco di spunti di riflessione. Tanto che, in alcuni punti, mi ha fatto rivivere le sensazioni del fumetto "La casa" di Paco Roca.
Anche lì la memoria degli oggetti aveva deciso di invadere il presente e portare i protagonisti a fare i conti con le vite degli altri. Ogni oggetto racchiudeva in sé passato e presente. Per arrivare, poi, a trovare una nuova collocazione all'interno di nuove vite.

martedì 28 febbraio 2017

Così è la vita, così è la morte

Perdere un genitore, un figlio, un fratello, un amico. Reagire al dolore. Trovare il proprio modo personale per esorcizzarlo.Vivere il lutto come un’esperienza che è parte della vita. Non negare, quindi, l’esistenza della morte.

Sono questi, elencati alla rinfusa, i pensieri che si rincorrono in due libri che analizzano il lutto attraverso punti di vista che si completano tra loro.

"La grande festa" di Dacia Maraini e "Così è la vita" di Concita De Gregorio, già dal titolo, suggeriscono quello che le due autrici vogliono comunicare attraverso le loro pagine: la morte è parte naturale della vita stessa e va rispettata (e vissuta) come tale.

Nel libro "Così è la vita", la giornalista Concita De Gregorio sceglie il tema della morte per parlare dei tabù della nostra società, che rinnega elementi naturali della vita di una persona: sesso, malattia, vecchiaia e morte.
Come un chirurgo che elimina rughe e modifica i connotati di una donna, così l'idea del "sempre giovani e belli" cancella e nasconde quello che realmente accade: si invecchia, ci si ammala, si muore.
Attraverso frasi e parole incisive perfettamente calibrate, Concita De Gregorio trasforma la morte nell'emblema di tutte quelle cose "non spiegabili o raccontabili" perché rappresentano un’apparente sconfitta e quindi sono negate alla nostra società.
E per spiegare questo concetto, l’autrice sceglie un punto di vista molto efficace: quello dei bambini, a cui, più di tutti, è negata la verità.

Anche Dacia Maraini, attraverso un linguaggio profondo e complesso, svela la morte, restituendone una funzione spesso dimenticata, ovvero quella di momento in cui si celebra la memoria.
Dalla sorella al padre, fino al compagno, senza dimenticare Alberto Moravia, Pasolini e Maria Callas, ne "La grande festa" Dacia Maraini racconta, attraverso il filtro della memoria e del sogno, le persone che ha amato.
Il funerale e lo stesso attimo della morte diventano quindi momenti di pura narrativa e racconto, in cui rivivono e si ricostruiscono i contorni di una vita.

I due libri diventano quindi un tentativo diverso di vivere la morte e i lutti che ci hanno sorpreso o ci aspettano. Non sono forse un rimedio per superare il dolore, ma sono sicuramente un valido luogo di riflessione.

mercoledì 1 febbraio 2017

La parte migliore del giorno di Philippe Delerm

La parte migliore del giorno di Philippe Delerm è un curioso libricino di 155 pagine che ho ricevuto in dono da un collega tanti anni fa, prima che Mindfulness, Yoga e Pilates diventassero pratiche comuni e gettonatissime.
Ad accompagnare questo gradito regalo un biglietto che mi augurava di scoprire il piacere della lentezza, quando ancora la lentezza non era un concetto fondamentale per sopravvivere a una società sempre più veloce e schizofrenica.

Delizioso, semplice e chiaro, il libro di Delerm ha un protagonista che potrebbe essere catalogato come "strano". E che per questo non si può non amare.
Attore principale del libro è infatti il Signor Spitzweb, discreto impiegato parigino dalla vita monotona e tranquilla, che decide di aprire un blog nel quale raccontare il presente e le persone che lo abitano, attraverso la lentezza di un gesto dimenticato: l’osservazione analitica. Arriva però la "web-celebrità" a stravolgere la vita dell'impiegato, e Spitzweb dovrà fare i conti con l'essere diventato "qualcuno", anche se solo nel mondo digitale.

Molte recensioni definiscono la parte migliore del giorno un libro "senza troppe pretese". Per me è un romanzo genuino è immediato che, con quella meravigliosa arma che è la semplicità, apre al lettore la possibilità di infinite riflessioni.

Come in un romanzo di Amelie Nothomb, la storia del Signor Spitzweb si trasforma in un’analisi sulla società contemporanea, una riflessione che sottolinea l’importanza di fermarsi e vivere il momento, di lasciarsi andare alla lentezza e all'osservazione delle piccole cose.
E non solo: nel libro si parla in parte anche di web come strumento di espressione, ma anche di eccessiva esposizione, un argomento sempre più attuale.

Le descrizioni dell’umana natura, dal punto di vista di un uomo solo, sono vere e precise. E il messaggio che il libro vuole lanciare merita davvero di essere colto.

Per questo leggere questo libro è sicuramente un buon passo per fermarsi un momento... e cedere alla lentezza!

giovedì 8 dicembre 2016

L'uomo dei dadi

Immaginate di essere indecisi tra pizza e gelato e di affidare la scelta a un dado.
Poi fate decidere al dado cosa fare sabato e domenica, se mentire o dire la verità, dove andare in vacanza. Immaginate d'investire ogni volta un pezzo sempre più importante della vostra vita.
Lasciatevi prendere dal gioco, fate salire la febbre e optate per scelte sempre più trasgressive ed estreme. Qualche esempio? Tradire o no il proprio partner, fare del male a una persona.
Immaginate ora di essere uno psicanalista e di scegliere questa come pratica di vita e di cura dei vostri pazienti.
Questo è, in sintesi, "L'uomo dei dadi" di Luke Rhinehart, recentemente ristampato dalla casa editrice Marcos y Marcos in un grazioso formato tascabile.

700 pagine a tutta ansia che ho avuto la fortuna/sfortuna di scoprire poco prima della ristampa, il giorno in cui il giornale Internazionale ha associato il nome Emmanuel Carrère  alla teoria dei dadi e al romanzo di Rhinehart.
L'autore di molti dei miei romanzi preferiti, ossessionato fin da giovane da questo libro, è infatti partito verso gli Stati Uniti alla ricerca del vero Luke Rhinehart. Poco infatti si sapeva dell'autore, almeno fino a quando Carrère non ha deciso d'incontrarlo.
La storia del loro incontro la potete leggere qui (grazie Marcos y Marcos!)

Torniamo però alle pagine di Internazionale. Al di là dell'interessante mistero attorno all'identità dell'autore di questo cult, quando mi sono ritrovata di fronte alla trama un brivido mi ha percorso: ho trovato il racconto semplicemente geniale. Lo volevo ma non lo trovato e il caso (bravo in questo caso) ha scelto per me: il libro mi è comparso davanti in una libreria di Ferrara. Il dado mi voleva conoscere.

Ma com'è "L'uomo dei dadi"?

È un libro intrigante che in 40 anni (è uscito nel 1971) non ha lasciato dormire molte persone. È una storia sconvolgente che risucchia in un vortice di pura follia.
Erotico e ironico, il libro che narra la discesa di Luke Rhinehart e la distruzione della sua volontà è una di quelle storie estreme che ti lasciano senza fiato durante tutta la lettura.

Luke prima gioca a dadi con la propria vita e poi con quella degli altri, fino a trasformare il dado in dio e il "vivere con i dadi" in vera e propria filosofia di vita.

Giocare a dadi con la propria vita, lasciare tutto al caso, perdere completamente il libero arbitrio è un concetto veramente potente. Vuol dire portare all'estremo la liberazione dell'inconscio e recidere completamente ogni legame con la società.

L'uomo dei dadi è infatti un uomo che lascia tutto il potere al caso, imprevedibile e senza regole, che si è liberato dalla responsabilità delle proprie azioni perché l'ha affidata al caso. È l'atto estremo dell'uomo soffocato dalla società, da una vita forse scelta senza troppa consapevolezza.
Concetti davvero interessanti e potenti che hanno avuto riscontro anche il mondo reale. In tantissimi hanno infatti seguito l'esempio di Luke Rhinehart.

Anche per questo "L'uomo dei dadi" è così intrigante. Perché non c'è solo una chiave di lettura. Ce ne sono tante. E se non sapete quale interpretazione scegliere, basta tirare il dado per trovare quella più adatta a voi.




domenica 6 novembre 2016

L'Islanda di Jón Kalman Stefánsson

"Le belle parole non hanno valore se non ci rendono persone migliori."

È questa la frase che più mi è rimasta impressa dopo aver finito di leggere "I pesci non hanno gambe" e "Grande come l'universo", i due volumi della straordinaria saga famigliare islandese di Jón Kalman Stefánsson.
Questa combinazione di parole mi è rimasta nel cuore, oltre che per la sua bellezza mozzafiato, perché quelli di Stefánsson sono due romanzi ricchi di frasi capaci di renderci migliori.
Affrontare questi romanzi è ritrovarsi di fronte alla potenza dei grandi classici della letteratura, trovare una bussola per orientarsi nella vita, viaggiare in un luogo sconosciuto e nuotare in un mare ricco di poesia. È vivere un'esperienza, più che leggere un libro.
Tanto fredda e inospitale è la terra d'Islanda, tanto caldi e rigogliosi sono questi romanzi. Tanto buio è questo angolo di mondo, tanta più la sua gente aspira alla luce. E alla fine i due libri diventano una corroborante bevanda per l'anima. Una bevanda che va assaporata lentamente, gustandone ogni sorso per non perdere nessuna sensazione.

Storia di un ritorno a casa
La storia prende il via quando Ari torna in Islanda dopo un lungo esilio auto inflitto per aver tradito e abbandonato la moglie Pora e i figli. Se il pretesto è la vita del padre giunta ormai al capolinea, il motivo reale è una forza di attrazione sconosciuta che lo richiama a casa.

Ari torna in Islanda e di conseguenza torna da sé stesso, ritrovandosi a fare i conti con i fantasmi di tre generazioni. La sua storia si intreccia con quella della nonna Margrét, che agli inizi del '900 aveva lasciato il Canada e i suoi sogni per inseguire l'amore del pescatore Oddur, e con la storia del padre, rimasto vedovo con un figlio a carico.

Non sullo sfondo, ma come un fluido capace di amalgamare il tutto, la storia e l'anima dell'Islanda, terra fredda, inospitale, disegnata dalla natura e dal mare, contesa, invasa e alla perenne ricerca di una identità o un ruolo, proprio come i protagonisti della storia.

Un insegnamento prezioso

Tre storie segnate dalle intemperie della vita, dunque. Tre esperienze di vita strettamente concatenate tra loro, dove ogni persona è il risultato di esperienze precedenti.
È un romanzo generazionale, una grande saga che ci guida alla scoperta delle possibili e infinite interpretazioni dei legami famigliari.

Man mano che proseguiamo nella lettura, la vita, la morte, i tradimenti, i conflitti, le scelte felici e quelle infelici danno forma a un racconto che assume una funzione importante: aiutare a trovare consapevolezza e le chiavi per dare un senso alla vita. Perché con "I pesci non hanno gambe" e "Grande come l'universo" anche il lettore impara una cosa tanto semplice quanto fondamentale: che passato e presente sono utili l'uno all'altro. Il passato al presente per prendere il buono e imparare dal peggio. Il presente  per il passato per dare pace ai morti, strappando all'oblio storie di vita e insegnamenti preziosi.

La forza di attrazione di Jón Kalman Stefánsson

La forza magnetica dei due libri di Stefánsson è indiscutibile.
Il collante di tutte le situazioni è, infatti, una scrittura seducente e fortemente espressiva che arriva dritta al centro che custodisce le nostre emozioni. E così, tra le pagine e le parole scelte con cura dall'autore ci si perde, si rimane incantati e ci ritrova molto spesso a sottolineare parti che sembrano riferirsi a situazioni personali o che rappresentano un modo utile per affrontare le situazioni della vita.

Perché quelli di Stefánsson sono due libri che portano con sé il vento dell'Islanda, l'odore di pesce, i rumori delle onde, i sentimenti umani e la saggezza di un popolo che vive a stretto contatto con le forze della natura. E l'autore non è solo un autore, ma un compagno fedele capace di accompagnarci in tutta la lunga lettura aprendo porte, accendendo luci, sbirciano fuori con noi dalle finestre. È lui che ci dice dove guardare, fuori e dentro questo romanzo.

Quando si ha tra le mani un doppio libro così ricco, la prima cosa che viene in mente è che la letteratura, quella vera, esiste. Per questo sono grata al bellissimo blog Interno Storie e all'iniziativa #bookingrammi di Instagram che mi ha fatto conoscere questo libro. E a Jón Kalman Stefánsson, per averlo scritto.

domenica 9 ottobre 2016

Sulla pelle viva, il Vajont raccontato da Tina Merlin

Correva l'anno 1963, il giorno 9 ottobre e le ore 22.36. Un momento fatale che, come ogni altro momento fatale della storia, scelse di occupare uno spazio preciso. In quell'istante sciagurato, 270 milioni di metri cubi di terra e 50 milioni di metri cubi di acqua ammutolirono un'intera valle. Longarone venne spezzata via, Erto e Casso ferite a morte.

Fu un disastro, ma un disastro difficile da digerire. La natura si era trasformata in nemico perché stuzzicata dall'uomo. Perché il Vajont non solo era prevedibile, ma anche evitabile.

Correva poi l'anno 2014 e il mese di agosto. Io e il mio compagno decidemmo di visitare il Vajont dopo aver visto lo spettacolo teatrale "Il racconto del Vajont" di Marco Paolini e letto "Il volo della martora" di Mauro Corona. Ascoltare le grida silenziose delle vittime, perse ormai nei rumori della natura, era un atto che sentivamo necessario.
In questo viaggio, che valse più di mille parole, tornai a casa con "Sulla pelle viva", libro di Tina Merlin, voce inascoltata del Vajont.

Partigiana, giornalista e militante del Pci, Tina raccontò tutta la storia del Vajont prima, durante e dopo la tragedia con quella maestria e obiettività che solo i grandi giornalisti hanno. Per questo, "Sulla pelle viva" è, ancora oggi, un'indagine importante per molti motivi.


Vera e cruda, quella della Merlin è la storia del Vajont


Prima di tutto "Sulla pelle viva" è la storia del Vajont e della sua gente, delle menzogne, delle scelte sbagliate, dei soprusi e di quanto poco contava il popolo per chi deteneva il potere.
Che sarebbe franato il Toc lo sapeva la Merlin, la gente di lassù e anche "i potenti" dell'epoca, a cominciare dalla Sade, colosso privato del settore della energia che aveva volutamente deciso di far finta di niente.
Non ci sono sbavature o esagerazioni: la storia raccontata dalla Merlin è la stessa raccontata dal Museo del Centro Visite e dal processo. È una storia che fa orrore ma che va usata con buon senso: per sviluppare quel senso critico necessario per comprendere il mondo che ci circonda e i rischi che corriamo se non alziamo la testa.


Un esempio di grande giornalismo e il ricordo di una grande donna


Il libro sul Vajont di Tina Merlin è anche una testimonianza fondamentale perché esempio di grande giornalismo. Quel giornalismo che oggi è ad appannaggio di una ristretta cerchia: non di parte, ma capace di analizzare e raccontare i fatti come stanno.
È un lavoro da ammirare, ma che lascia anche molto amaro in bocca. Perché non ha dato agli abitanti di Longarone, Erto e Casso un lieto fine.
"Sulla pelle viva" è anche la storia di una grande donna, indomita e coraggiosa. Una donna forte di quelle che piacciono a me. Tina Merlin non si fece spaventare dalle circostanze e andò avanti a testa alta, prima e dopo. Prima, quando fu continuamente messa da parte e isolata e dopo, quando le persone la definirono Cassandra o uccello del malaugurio.


Un libro che è un monito per noi tutti


Infine, il libro di Tina Merlin insegna (e chi abita a stretto contatto con la natura lo sa bene) che la natura va rispettata.
No, non è solo uno slogan ecologista, ma la semplice e pure verità: noi non siamo i padroni del mondo, ma semplici attori co-protagonisti assieme a tanto altro. E le nostre decisioni sbagliate possono influenzare l'ambiente che ci circonda. Che si sentirà sempre in dovere di rispondere.
Una tragedia di questa portata è profondamente ingiusta. Ma diventa ancora più ingiusta se dimenticata o, ancora peggio, incompresa.
Per questo leggere Tina Merlin e rendere omaggio a questa terra è fondamentale per non dimenticare. Perché è impossibile aspirare a un futuro migliore se si ignora, volutamente o non, il passato.

venerdì 23 settembre 2016

Europa in seppia di Dubravka Ugrešić

Sapete quali sono i tre viaggi per abbienti di tendenza oggi? C'è il Dark Grief Tourism, viaggio attraverso luoghi che hanno ospitato violenza; il Poverty Tourism, ottima scelta per gli appassionati di povertà (altrui, ovviamente!) e il Political Tourism, che offre un'esperienza in zone politicamente calde del mondo.
Se fermento e fantasia contraddistinguono il mondo dei tour operator, poca è la creatività se parliamo di capitale estetico. Oggi siamo tutti belli, curatissimi e perfetti come star. Sono impeccabili anche gli adolescenti, da quando look prodotti in serie dai guru della moda hanno sostituito maglioni sformati e sopracciglia foltissime.
D'altronde è il mercato che ci chiede di sbarazzarci di visi asimmetrici, nasoni, coloriti pallidi e altri errori di produzione che una volta ci rendevano unici.

A raccontarci queste e altre storie è Dubravka Ugrešić, irriducibile contestataria e straordinaria scrittrice croata che, nel suo libro "Europa in Seppia", ha deciso di vivisezionare il nostro presente, un presente libero dalle malefiche grinfie del comunismo.

"Europa in seppia" è un caleidoscopio di impressioni e riflessioni che racconta di cose che ci riguardano, subiamo o osserviamo. All'inizio è il passato a invadere il presente e a trasformare i capitoli in una serie di nostalgiche cartoline da un mondo che non c'è più. Poi è il presente a cancellare il passato e a convertire le cartoline in ironiche istantanee da leggere e rileggere. Almeno per prendere meno sul serio un'epoca dove l'immagine, il consumismo e la futilità hanno raggiunto livelli inimmaginabili.

Nel libro di Dubravka Ugrešić c'è chi vende latte materno per sopravvivere alla crisi e chi considera massima aspirazione di vita una casa extra lusso a Hong Kong con domestica Filippina incorporata. E non solo: tra le pagine fa addirittura capolino un commesso di Starbucks che non riesce a comprendere il nome DU-BRA-VKA e costringe l'autrice a scegliere il più comune Jenny (è un episodio ricco di humor che diventa emblema di una modernità omologata che non ammette la diversità).
Questi ed altri episodi rendono "Europa in seppia" un libro arrabbiato, ma con stile: è indignato ma non aggressivo e lascia sempre spazio per una risata. È un "Tempo di seconda mano" che può essere letto tutto d'un fiato e non a piccole dosi.

Leggere Dubravka Ugrešic è bello, perché la scrittrice analizza tutto oggettivamente e, attraverso una scrittura che scorre fluida e naturale oscillando tra ironia e cinismo, esprime frustrazione per un mondo libero ma strano.
Un'ampio capitolo è dedicato anche al mondo della scrittura e alla discriminazione di genere ma, anche in questo caso, la scrittrice non cede a un femminismo estremo, errore in cui cadono molte scrittrici, giornaliste, blogger quando parlano di donne.

Ci sono quindi tante sue esperienze, ma c'è anche tanto della nostra vita, o meglio della vita di tutti quelli che spesso non si sentono parte di un mondo senza regole, troppo veloce e distante da ogni possibile comprensione. Vi consiglio, quindi, di non perdervelo.

domenica 11 settembre 2016

Quattro undici settembre



Al di là delle opinioni, dei misteri e delle teorie, l'11 settembre è una data che rimarrà impressa nella nostra memoria per sempre. Perché, come capitato anche a Parigi, Istanbul e Londra (solo per citarne alcuni), a pagare il prezzo più alto sono state le persone comuni.
Molti sono gli scrittori che hanno scelto questo tragico avvenimento per dar vita a storie complesse e toccanti. Quelli che (personalmente) ritengo valga la pena di citare sono Gabriele Romagnoli con "Un tuffo nella luce", Jonathan Safran Foer con "Molto forte, incredibilmente vicino", Don De Lillo con "L’uomo che cade" e Paul Auster con "Follie di Brooklyn".

"Un tuffo nella luce" di Gabriele Romagnoli è un libro essenziale, come la vita del protagonista-eremita che si ritrova suo malgrado spettatore dell'11 settembre.
Attraverso le sue pagine, il romanzo parla di vite che si intrecciano per caso e del difficile percorso emotivo di chi desidera fuggire dal dolore per evitare di provarlo. Il risultato è un'analisi molto concreta dei meccanismi che muovono i sentimenti e dello stretto legame tra questi e il fanatismo religioso. Un'analisi che sceglie la semplicità per raccontare un avvenimento invece complesso.

Il libro di Jonathan Safran Foer, uno dei primi scritti dopo la tragedia, è invece quello che scava un solco emotivo ben più profondo. Dopo la morte del padre, scomparso durante il crollo delle torri, un ragazzo curioso, creativo e intraprendente ritrova tra le cose del genitore una busta col nome Black e una chiave. Oskar comincia a cercare tutti i Black di New York per sapere a chi appartenga la chiave e cosa apra. Intraprende così un viaggio avventuroso che è in realtà un tentativo di compensare il vuoto lasciato dalla scomparsa ed elaborare la sofferenza. E non solo: il racconto dedicato alla vita di Oskar prima e dopo la morte del padre si sviluppa in parallelo con storia dei nonni, ambientata durante il bombardamento di Dresda e negli anni della persecuzione ebraica, tema molto caro a Foer.
"Molto forte, incredibilmente vicino" è però anche un capolavoro di stile, un diario complesso e toccante che ruota attorno a due tragedie che hanno segnato il mondo intero. Diversi narratori, testi che si trasformano in immagini, disegni, e una serie di sperimentazioni sono le tecniche scelte da Foer per sottolineare lo smarrimento e la devastazione dei sopravvissuti. Una complessa odissea del dolore che rappresenta tutte le storie di sofferenza e perdita. Per questo è una lettura essenziale, al di là dell'11 settembre.

Una struttura ricercata caratterizza anche "L’uomo che cade" di Don De Lillo, che entra nel vivo dell'11 settembre attraverso la storia di un sopravvissuto e, in parallelo, quella di un attentatore.
Da un lato c’è Keith Neudecker che, dopo essersi trovato nel grattacielo al momento dell’impatto, tenta con difficoltà di riconquistare la sua vita. Al suo fianco ha la moglie e il figlio che, a loro volta, incrociano altri personaggi che tentano di superare o convivere con la tragedia. Dall'altro c’è il punto di vista di uno degli artefici del crollo delle torri. Le voci narranti dei personaggi si intrecciano, si contaminano e diventano un grande caleidoscopio capace di raccontare emozioni e reazioni diverse di fronte al dolore.

Nell'ultimo libro, "Follie di Brooklyn" di Paul Auster, l'11 settembre è il vorticoso palcoscenico che chiude un libro avvincente e vivace che narra la storia di Nathan Glass, assicuratore in pensione che sceglie Brooklyn come luogo dove trascorrere gli ultimi anni della sua vita.  Qui ritrova il nipote Tom, commesso di libreria e Lucy, la figlioletta della sorella di Tom, E non solo: trova anche l'amore della sua vita.
In questo caso l'11 settembre è una sorta di quinta che scende sulla storia. Una quinta che lascia tutto in sospeso e allo stesso tempo tutto cambia. Come nel caso di ogni libro riguardante questo argomento.

giovedì 1 settembre 2016

Quando tutto diventò Blu

Quando finisco un libro particolarmente bello, spesso lo associo a un aggettivo. È il mio modo per sintetizzare il volume appena chiuso e definirne l'essenza. È un'illuminazione, un'associazione mentale improvvisa, una pratica che mi aiuta a riordinare le idee e le emozioni suscitate dal racconto.
È capitato anche con "Quando tutto diventò blu", graphic novel del bravissimo Alessandro Baronciani.

L'opera del buon Baronciani, nonché suo secondo lavoro in ordine di tempo, nonché racconto che ha ispirato una canzone di Colapesce (e dato il via alla loro collaborazione), ha per protagonista Chiara, un'adolescente come tante. Chiara si ritrova trascinata a fondo da un nemico subdolo e difficile da capire e affrontare: gli attacchi di panico.
Improvvisamente, quindi, la paura entra a far parte della sua esistenza, la influenza, la contamina in un crescendo che trascina a fondo anche il lettore.
Dalle prime avvisaglie al rifiuto dalla consapevolezza al naufragio, Baronciani racconta con grande sensibilità le emozioni e le situazioni vissute da Chiara.

Per questo, l'aggettivo che mi è venuto in mente per questa opera è delicato.

Delicato è qualcosa che ha qualità tali da risultare gradevole e carezzevole per i sensi. Non è troppo deciso, ma  facilmente digeribile. E, se riferito alla natura fragile del corpo, è anche sinonimo di cagionevole.
Non sono forse questi significati perfettamente associabili alle malattie della mente? Non sono questa i concetti adatti per parlare di situazioni dove si è troppo sensibili al mondo? Non è questo l'aggettivo perfetto per descrivere questo splendido fumetto?

Sarà la profondità delle sequenze che raccontano la storia, sarà il tratto essenziale ma ricco di sfumature, sarà che i contenuti visivi sono il modo perfetto per stabilire un contatto forte con il lettore. Sarà... sarà.. ma è così: Alessandro Baronciani sa che gli attacchi di panico sono come un oggetto che va trattato con cura. E così li tratta, regalando al lettore un racconto emozionante, dove le inquadrature sono talmente perfette da farci immedesimare nella protagonista.

È un fumetto bellissimo e delicato. Perché più di tutto, con grazia e garbo, stimola l'empatia. Quell'empatia necessaria per comprendere il mondo. E gli altri.



sabato 23 luglio 2016

Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère

Da quando mi sono persa tra le pagine di "Limonov" e "La vita come un romanzo russo", Emmanuel Carrère è entrato prepotentemente a far parte della cerchia dei miei autori preferiti. Tuttavia, il libro che ha lasciato in me un'impronta indelebile è "Vite che non sono la mia". Molto più di un romanzo, molto più di una storia vera, molto più di un libro caratterizzato da una scrittura sincera. Molto più di tutto.

Classe 1957, Emmanuel Carrère è scrittore, sceneggiatore e regista francese. Oserei aggiungere: senza troppi peli sulla lingua.
"Vite che non sono la mia" è invece un suo libro - passato un po' in sordina - del 2009.

La sinossi è semplice: Carrère, in pochi mesi, assiste a due eventi drammatici che lo sconvolgono. Vittime due Juliette, una bambina morta durante lo Tsunami del 2004 e un'indomita donna impegnata in una battaglia contro il cancro.
La prima si trovava in Sri Lanka in vacanza mentre anche lo scrittore era lì, la seconda faceva il giudice ed era la cognata di Carrère.
Lo scrittore diventa quindi involontario testimone di due eventi che da sempre lo spaventano: la morte di un figlio per i suoi genitori e la morte di una madre per la sua famiglia.

Mosso da un suggerimento che diventa presto obbligo morale, l'autore trasforma le due storie di dolore e morte in un romanzo unico. Perché questo è Carrère: un autore capace di esprimere con una scrittura trasparente e affilata tutte le luci e le ombre della realtà.

"È un libro" - come ha detto l'autore - "dove tutto è vero". E per questo risulta essere così potente, per questo riesce a colpire in modo così forte.

Tra le pagine di questo intimo romanzo le storie crescono e si arricchiscono, e le situazioni miste a parole taglienti avvolgono e frastornano il lettore.

La vita, in tutta la sua altalenante potenza, si cristallizza nella scrittura e nel voyeurismo tipico di Emmanuel Carrère che trova finalmente la sua funzione: analizzare, sminuzzare e portare alla vera essenza la sofferenza.
Così il dolore - elemento inevitabile della vita - trova finalmente pace tra le pagine di un racconto. A dimostrazione di quanto la scrittura abbia un potere esorcizzante. Per chi scrive e chi legge.

mercoledì 13 luglio 2016

La gang del pensiero

"L’unico consiglio che posso dare, se per caso vi doveste svegliare in uno strano appartamento, in preda alle vertigini, con un’emicrania postsbronza saldamente installata nella testa, senza uno straccio addosso, mentre la polizia sta buttando giù la porta a mazzate con un sottofondo di latrati di cani infuriati, e vi ritrovate per di più circondati da mucchi di riviste patinate con foto di adulti, l’unico consiglio che posso dare, ripeto, è questo: cercate di comportarvi in maniera educata e di mostrarvi di buon umore".

Considerando che difficilmente rido ad altissima voce leggendo un libro, per aver ottenuto questo piccolo miracolo "La gang del pensiero ovvero la zetetica e l’arte della rapina in banca" si merita il riconoscimento di libro più divertente, ironico, e soprattutto intelligente, che abbia mai letto. So che gli aggettivi sono tanti, ma questo romanzo se li merita, perché dalla prima all’ultima riga ho riso di gusto, e ho dovuto anche rivalutare l’humor inglese. Ben due miracoli!

Con le avventure di Eddie Coffin, filosofo inglese cinquantenne acido e pessimista, e Humbert, un criminale dalle mille protesi e malattie, si ride (o sorride, secondo i gusti) in ognuna delle 370 pagine che compongono il libro. E il riso non nasce solo da un elenco di vicissitudini esilaranti, il merito è tutto di una scrittura abile e veloce che riesce a descrivere situazioni e comportamenti umani con un’arguta ironia. Regalandoci anche qualche pillola di filosofia, che non guasta.

I due protagonisti, tra sbronze, risse, rapine e riflessioni paradossali unite a un’acuta osservazione della realtà, ci regalano un grande esempio di comicità intelligente.
La grande qualità di Tibor Fisher è che possiede quell’ironia sarcastica, a volte un po’ acida, tipica di un satirico. Quell’ironia che descrive la realtà principalmente tramite metafore che arrivano solo chi è in grado di recepirle. Un’ironia ben diversa dalla capacità di far ridere raccontando volgari barzellette da bar, tipica di chi di intelligenza ne ha poca.

Eddie e Hubert sono senza dubbio i miei eroi personali. E anche Tibor Fisher.

Il tempo delle donne

Se l’emozione che nasce dalla lettura di un romanzo deriva per metà dalla bellezza del romanzo stesso e per metà da un’esperienza personale, come raccontarla?

In realtà l’ho già fatto due volte: una con i libri di Magda Szabo e una con il fumetto Marzi. E ora è tempo di arricchire il tema letteratura femminile con altri due libri.

"Il tempo delle donne" di Elena Cižova racconta della Russia dei primi anni sessanta. La protagonista è Antonina, giovane operaia incinta di un uomo che l’ha abbandonata.
La soccorre lo stato sovietico, assegnandole un alloggio in coabitazione con tre anziane donne. Saranno loro a prendersi cura della bambina, occupandosi della sua educazione.
Attraverso il racconto orale, ovvero la storia delle loro vite e le sofferenze affrontate, e quello scritto, i libri e le arti, le tre donne formano Sjuzanna. E la formano in maniera talmente perfetta che la traccia scavata diventa un germoglio che crescerà, trasformando la bambina in una giovane donna riflessiva, curiosa, ricettiva agli stimoli che la circondano, e infine ricca caratterialmente.

Assorbire i racconti, abituarsi ad ascoltare, sviluppare la capacità di riflettere ed essere curiosi – elementi che portano a rispettare profondamente libri, arti e cultura in generale – erano (e spero siano ancora) parte fondamentale del metodo di educazione dei paesi dell’Est, soprattutto per le donne.

Per questo sono nate persone come Magda Szabo e Wislawa Szymborska, donne capaci di parlare delle emozioni umane in maniera altamente poetica e allo stesso tempo infinitamente concreta.

Perché parlo della poetessa polacca? Perché leggere il libro di Elena Cižova in contemporanea con “La gioia di Scrivere” di Wislawa Szymborska, ne ha amplificato l’effetto poetico e la riflessione sulle caratteristiche di queste donne che in comune hanno la provenienza geografica.

La vita quotidiana nella Russia comunista e la delicatezza della penna di Elena Cižova, si sono perfettamente sposate nella mia mente con l’arte poetica di Wislawa, che ci ha raccontato “le cose della vita” in modo impareggiabile.
E con una poesia di questa profonda donna, che va scoperta e ri-scoperta continuamente, vi lascio.

Ritratto di donna
Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo!

mercoledì 29 giugno 2016

Viaggio tra le anime baltiche di Jan Brokken

"Leggere è come viaggiare": un concetto così vero e meraviglioso da risultare banale per chi ama perdersi quotidianamente tra le pagine di un romanzo o saggio.
Aggiungiamoci però un dettaglio: leggere è un viaggio che oltrepassa i confini di una singola lettura, tanto che dopo un po' risulta difficile ricordarsi il punto di partenza e tutte le tappe.

Questo capita quando incontriamo un riferimento a un libro in un altro libro oppure quando un luogo, un momento storico o un personaggio meritano ulteriori approfondimenti.

È l'essenza del "liber librum aperit", di cui vi avevo già parlato in occasione del post dedicato a Francesco Matteo Cataluccio.

Anime baltiche di Jan Brokken è un meraviglioso volume dove si viaggia, e anche tanto. Si viaggia mentre lo leggi - quando ti ritrovi a seguire l'autore lungo le strade delle repubbliche Baltiche - e quando l'hai finito perché gli spunti per continuare il viaggio - inutile dirlo! - sono tantissimi. I racconti sono infatti dodici per un itinerario che tocca Lettonia, Lituania ed Estonia, luoghi poco conosciuti dai molti, ma ricchi di storia e storie.

Tra le pagine di Brokken rivivono l'arte di Mark Rothko e i film del regista Ėjzenštejn, le sinfonie di Arvo Pärt e i pensieri di Hannah Arendt. Non mancano poi vite avventurose come quella dello scrittore Romain Gary e un racconti di resistenza dedicato a una libreria capace di superare entrambe le guerre mondiali. È un libro di vite e vita, fatto di passioni, illusioni e quella nostalgia tipica dei popoli che hanno sofferto troppo.
In Anime baltiche c'è la storia, difficile e violenta. Ci sono Riga, Tallinn, e Vilnius, con i loro quartieri ebraici, i castelli e palazzi borghesi dal sapore ottocentesco. E c'è, in ogni parola - la sensibile, curiosa e indomita anima baltica. Quell'anima che, attraverso arte, musica e poesia, ha contribuito alla grandezza di questi protagonisti della storia e ci ha regalato tanta bellezza.

martedì 21 giugno 2016

Patagonia e Vajont, storie di un passato scomparso

C'erano una volta due gruppi di persone che vivevano una vita semplice, all'insegna dei racconti attorno al camino, del contatto con la natura e del rispetto nei confronti degli altri esseri viventi.
C'era una volta una vecchietta che rendeva fertile la terra che toccava, un forte spirito di collaborazione e l'amore per il proprio lavoro quotidiano.
C'erano una volta due terre. Oggi sono rimasti due libri.

La Patagonia di Luis Sepulveda

"Ultime notizie dal Sud" di Luis Sepulveda racconta il viaggio di uno scrittore e un fotografo.

I due, armati di una Moleskine e una Leica, decidono di esplorare la Patagonia alla ricerca di storie.
Tra paesaggi mozzafiato e luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, entrano in contatto con una realtà in via d'estinzione, fatta di natura e artigianato, suggestive leggende e vite avventurose.

Nel deserto incontrano una persona in cerca del legno perfetto per un violino speciale; in un bar il discendente di Davy Crockett; a El Bolson un vero folletto. Ma si tratta sempre di ultime storie, di piccoli brandelli di un passato che già oggi non è più possibile ritrovare. E la toccante avventura della coppia si trasforma nello struggente addio a una regione cancellata dall'avidità dei potenti della terra.


Il Vajont di Mauro Corona

Di ultime storie parla anche "Il volo della martora" di Mauro Corona, potente e malinconico racconto dedicato al Vajont e alla sua gente.

Quelle di Corona sono narrazioni dal sapore montanaro, che hanno per protagonisti falegnami e cacciatori e raccontano non solo di animali, fiori, alberi, ma anche di sentimenti, aspirazioni, valori. Tutti scomparsi.

Le pagine si susseguono riempiendosi di calore e umanità e, a volte, anticipano quello che sarebbe stato il destino della gente del Vajont, al di là del disastro del 9 ottobre 1963.

Emblematico in questo senso è il racconto dell’avvento (grazie ai lavori sulla diga) di nuove possibilità lavorative e maggiore disponibilità di denaro che portano in città la prima televisione, televisione che sostituisce immediatamente il consueto momento del racconto attorno al fuoco, annientando tradizioni e distruggendo l'anima di un paese.

L'evento diventa una delle prime cause della lenta e inesorabile trasformazione della gente del Vajont, resa dal capitalismo più solitaria, più fredda, più chiusa. E soprattutto dotata di sempre meno parole.
Parole che, per fortuna, è ancora possibile ritrovare nei libri.

Due favole tristi, un monito per il futuro
I racconti di Mauro Corona e Luis Sepulveda sono favole dal triste finale che riguardano anche noi, perché ci ricordano l’importanza di ridimensionare il concetto di crescita e sviluppo.

Svuotati di contenuto, senza tradizioni e valori, schiavi dei consumi e privati della stessa facoltà d'immaginare o pensare, diventiamo peggiori dimenticando completamente la magia del mondo che ci circonda.

Poiché rimarginare le ferite del passato è sempre più difficile che prevenire scelte sbagliate, vi consiglio di trovare in questi libri una guida a ciò che conta e che vale davvero la pena difendere e preservare. Gli splendidi racconti di Corona e Sepulveda, per chi è in grado di apprezzarli, possono essere un meraviglioso salvagente per mantenere intatta la propria umanità.

lunedì 13 giugno 2016

A proposito della tetralogia di Elena Ferrante

Un altro viaggio è terminato: quello in compagnia di Lenuccia e Lila, le "amiche geniali" di Elena Ferrante. Se consiglio questo libro? Sì. E non solo: se siete donne, vi auguro di viverlo più che di leggerlo; di immergervi in questo mare di umanità imperfette; di osservare voi stesse attraverso le due protagoniste anziché di guardarle da lontano.

Lila e Lenuccia sono cresciute dall'amica geniale e - in "Storia del nuovo cognome", "Storia di chi fugge e chi resta", "Storia della bambina perduta" - hanno attraversato adolescenza, giovinezza, mezza età fino ad arrivare alla vecchiaia. Sempre diverse ma insieme, anche quando divise. Successi e insuccessi sono stati distribuiti in egual misura tra le due che però non li vivono quasi mai insieme, quasi a dimostrare la necessità di rimanere sempre in contrapposizione. Il tutto in una Napoli che cambia, ma solo apparentemente.

E la trama? Impossibile cedere alla tentazione di raccontarla. Tra i punti forti del libro c'è infatti la sua capacità di sorprendere sempre. Ma poco ci importa: il vero punto di forza della tetralogia non è solo la storia, ma la capacità di farti ritrovare e vedere con più chiarezza te stessa.

Donne in bianco e nero

La storia delle due amiche è prima di tutto uno specchio dell'essere donna, amica, moglie, madre. Uno specchio fedele che riporta un'immagine imperfetta, sgraziata, a volte a colori e a volte in bianco e nero.
Se la personalità e psiche di Lenuccia appare abbastanza chiaramente al lettore, di Lila abbiamo solo uno sfocato riflesso che scaturisce dal racconto della sua amica.  E questo disorienta, fa sentire orfani, fa volere di più. Difatti, a un certo punto della lettura, ho bramato intensamente l'uscita di un quinto volume raccontato solo dalla voce di Lila.

Perché affascinano Lila e Lenuccia? Perché sono l'archetipo di due modelli di persona: Lenuccia indossa una maschera e, attraverso questa scelta, esprime in modo completo e interessante il divario che è possibile creare tra ciò che siamo e ciò che appariamo. Osservandola è possibile capire che dietro a una frase sprezzante, a un comportamento antipatico, c'è una voragine di pensieri, idee, sentimenti, paranoie, che difficilmente qualcuno (se non la sua amica) riuscirà mai ad afferrare.
I comportamenti di Lenuccia diventano il prodotto mal distillato di una botte ricca di ingredienti preziosi, un prodotto che non riesce a conservare le sue caratteristiche perché troppo influenzato dagli agenti esterni.

Lila è invece tribale, primitiva, selvaggia. È l'essenza autentica, senza filtri. La sua sfrontatezza è autentica, la sua natura emerge con prepotenza. Non ha bisogno di costruire maschere per compiacere o essere come gli altri la vogliano. È veramente forte e non sa di esserlo.

L'Italia tra splendori e macerie, una metafora della vita

Il libro è specchio anche di un'Italia che cambia e, allo stesso tempo rimane sempre uguale. Quasi come se la sua sporcizia fosse ormai caratteristiche indelebile. La fame di ricchezza, la lotta di classe, l'instabilità morale, il rapporto con il potere: l'Italia e gli italiani sono lo sfondo e l'anima del libro.

Napoli stessa è una città che cambia e non cambia, dove "si è costruito tutto e scassato tutto", una zona in bilico tra splendori e macerie. Prima è grigia, poi splendente, poi nuovamente grigia. Un po' come l'intera storia e la vita stessa, che altri non è che un susseguirsi di deviazioni e sbandamenti - a volte positivi, a volte negativi - e di continui tentativi di mantenere l'equilibrio.


L'amica geniale
Autore: Elena Ferrante
Data di pubblicazione: ottobre 2011
Pagine: 400
ISBN: 9788866320326
Editore: Edizioni E/O
Prezzo: € 18,00

Storia del nuovo cognome
Autore: Elena Ferrante
Data di pubblicazione: ottobre 2012
Pagine: 480
ISBN: 9788866321811
Editore: Edizioni E/O
Prezzo: € 19,50

Storia di chi fugge e chi resta
Autore: Elena Ferrante
Data di pubblicazione: ottobre 2013
Pagine: 384
ISBN: 9788866324119
Editore: Edizioni E/O
Prezzo: € 19,50

Storia della bambina perduta
Autore: Elena Ferrante
Data di pubblicazione: ottobre 2014
Pagine: 464
ISBN: 9788866325512
Editore: Edizioni E/O
Prezzo: € 19,50