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02 luglio 2022

A proposito di Wisława Szymborska


Parlare della poetessa polacca Wisława Szymborska mi risulta difficile. Qualunque combinazione di parole, anche la più ricercata, impallidisce al cospetto di ogni suo scritto, che sia una poesia più o meno lunga, un breve estratto del suo discorso di accettazione del premio Nobel (come dimenticare la frase “L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante 'non so'"?) oppure una lesta e ironica recensione di una “lettura facoltativa”.
La sua grazia, nella capacità di trovare i vocaboli giusti per ogni concetto e nel suo modo d’essere, è da sempre modello di riferimento per me. Tanto che “La Gioia di Scrivere”, la raccolta delle sue poesie pubblicata da Adelphi, è da innumerevoli anni ospite fissa sul mio comodino. Come lettura in cui naufragare, come ispirazione, come presenza silenziosa che mi ricorda verso quali belle parole rivolgere lo sguardo.

Per fortuna non è compito di questo amatoriale articolo analizzare la sua poetica dell'esistenza o scandagliare i suoi versi. Ma il dilemma rimane lo stesso: come parlare di una poetessa che ha fatto innamorare di sé, tra gli altri, Ferzan Ozpetek, Roberto Saviano, Umberto Eco e Roberto Vecchioni (che le ha anche dedicato una canzone)? Come raccontare in circa tremila caratteri tutte le sfumature dell’animo di un artista? Parrebbe un’impresa titanica per ogni amante delle belle parole, forse simile al tentativo di contenere in una piccola stanza tutto lo scibile umano.

17 giugno 2022

L'Islanda di Jón Kalman Stefánsson

"Le belle parole non hanno valore se non ci rendono persone migliori."

È questa la frase che più mi è rimasta impressa dopo aver finito di leggere "I pesci non hanno gambe" e "Grande come l'universo", i due volumi della straordinaria saga famigliare islandese di Jón Kalman Stefánsson.
Questa combinazione di parole mi è rimasta nel cuore, oltre che per la sua bellezza mozzafiato, perché quelli di Stefánsson sono due romanzi ricchi di frasi capaci di renderci migliori.
Affrontare questi romanzi è ritrovarsi di fronte alla potenza dei grandi classici della letteratura, trovare una bussola per orientarsi nella vita, viaggiare in un luogo sconosciuto e nuotare in un mare ricco di poesia. È vivere un'esperienza, più che leggere un libro.
Tanto fredda e inospitale è la terra d'Islanda, tanto caldi e rigogliosi sono questi romanzi. Tanto buio è questo angolo di mondo, tanta più la sua gente aspira alla luce. E alla fine i due libri diventano una corroborante bevanda per l'anima. Una bevanda che va assaporata lentamente, gustandone ogni sorso per non perdere nessuna sensazione.

02 giugno 2022

La distanza di Baronciani e Colapesce


Cosa dire, che non è già stato detto, di un fumetto fatto di caldi colori, suggestivi testi, pensieri, musica, panorami e emozioni come "La Distanza"?
Nulla probabilmente.
Ma sarei una blogger incompleta se non vi parlassi di questa "figherrima" graphic novel capace di farvi sentire i profumi dell’estate anche in inverno.

Partiamo però dalle origini. Chi sono i due giovanotti che hanno dato vita a questo fumetto?
Uno è Alessandro Baronciani, un bravissimo grafico e illustratore originario della mia città, Pesaro. In poche parole: un disegnatore di quelli che valgono.
L’altro è Lorenzo Urciullo (in arte Colapesce), uno straordinario cantautore, un poeta capace di “inventare nuove strofe come un fabbricante d'armi.” In poche parole: un cantautore di quelli imperdibili.

Semplici, limpidi e divertenti, Alessandro e Lorenzo non sono solamente due straordinari artisti. Sono due personaggi positivi dei giorni nostri, che parlano della vita e del mondo dentro e al di fuori di noi. E il mondo di Baronciani e Colapesce è ricco di emozioni, concreto, reale, vivo più che mai. Come è concreta ed emozionante la bellissima storia on the road che hanno creato.

Ambientata in una calda estate siciliana, “La distanza” ha come protagonista Nicola. Nicola, fidanzato con una ragazza che vive a Londra, decide di partire per un mini-tour dell’isola prima di raggiungerla.
La meta è un Festival ma, dopo l'arrivo di due nuove compagne di viaggio, il tour si trasforma in un appassionante percorso interiore e Nicola diventa il simbolo di tutti quei trentenni che spesso non sanno dove andare.

Lo stile di Baronciani e la sua capacità di raccontare le diverse emozioni dell’animo umano sono perfettamente espresse da un tratto deciso e da sequenze che nulla hanno da invidiare a un film di Sorrentino. È un tratto semplice, ma carico di significato. Un tratto decisamente narrativo.
I suoi disegni si combinano perfettamente con una storia chiara e semplice come la bellezza di quest’isola, e con dialoghi soavi e leggeri come una brezza estiva.

E se a questo aggiungiamo l'estate, le notti brave, il viaggio, la musica, l’amore a distanza, le passioni indecise e la confusione, il risultato è un libro giovane e spensierato, un libro bello come una passeggiata in riva al mare. E bello, ovviamente, come la vita.



Ps. E se vi capita (perché nuove date potrebbero ricapitare), non perdetevi il Concerto Disegnato!

01 marzo 2022

Così è la vita, così è la morte

Perdere un genitore, un figlio, un fratello, un amico. Reagire al dolore. Trovare il proprio modo personale per esorcizzarlo.Vivere il lutto come un’esperienza che è parte della vita. Non negare, quindi, l’esistenza della morte.

Sono questi, elencati alla rinfusa, i pensieri che si rincorrono in due libri che analizzano il lutto attraverso punti di vista che si completano tra loro.

"La grande festa" di Dacia Maraini e "Così è la vita" di Concita De Gregorio, già dal titolo, suggeriscono quello che le due autrici vogliono comunicare attraverso le loro pagine: la morte è parte naturale della vita stessa e va rispettata (e vissuta) come tale.

12 gennaio 2022

Chernobyl 2: Io, Francesco Matteo Cataluccio e Svetlana Aleksievic

Nell'aprile del 1986 avevo quattro anni. Abitavo in Ulica Bonerowska a Cracovia, a 862 chilometri da Chernobyl.
Difficile partire dai miei ricordi, perché sono pochi e forse non nitidi. Tuttavia, nel corso degli anni, si sono uniti a quelli reali di mamma, nonna e altri parenti, quasi a creare una coscienza comune e un'idea unica a proposito del disastro. Io qualcosa però ricordo, ad esempio il mio ricovero in ospedale, dopo l’esplosione del reattore, per una violenta forma di tracheite che mi ha accompagnato fino all’età di dieci anni.

Mia madre e mia nonna però si ricordano molto. Si ricordano che l’avviso di non mangiare frutta e verdura, e non bere acqua dal rubinetto, è arrivato tardi. Troppo tardi. Si ricordano dell’amica di mia mamma, che ha partorito a luglio una bambina con i denti neri. Si ricordano del ritorno del tumore di mia nonna. Si ricordano di quali effetti ha avuto il disastro sulla loro tiroide. Si ricordano che lo iodio era difficile da trovare se non avevi in famiglia un dirigente del partito. Si ricordano storie, si ricordano volti, e si ricordano che nessuno – ma proprio nessuno – è uscito completamente sano da quel periodo.
A Cracovia, l’attività radioattiva al suolo arrivò fino a 360.000 Bq/m2. Il valore massimo in una situazione normale è circa 150 Bq/m2.

Quando ho pubblicato per la prima volta queste parole, una persona mi ha attaccato nei commenti. Dal calduccio della sua casetta, e senza aver vissuto nei paesi dell'Est in quel periodo, riteneva il mio articolo una "storia della nonna perfetta attorno a un camino". Perché? Perché i dati ufficiali  raccontavano (e raccontano) altro.

A distanza di cinque lunghi anni, finalmente posso suggerire a questo indimenticabile personaggio di farsi una cultura con due letture molto complete e obiettive. Non scritte da mia nonna, ma da due autori che forse riterrà più autorevoli di me. Parlo di "Chernobyl" di Francesco M. Cataluccio e "Preghiera per Cernobyl'" di Svetlana Aleksievic. 

Il primo è un romanzo di memorie che ci svela la storia di quel luogo abbandonato e del suo popolo. Ci consente, in poche parole, di dare un'identità e un carattere ai luoghi del disastro e alla sua gente, che tanto ha dovuto soffrire anche prima del 26 aprile 1986.
"Chernobyl" è un racconto di viaggio che parte nel 1193 e arriva fino ai giorni nostri, per aiutarci a capire cos'era quest'angolo del mondo e perché fu eletto per sperimentare la cancellazione del diritto di narrare la propria storia.


Nel suo straordinario libro, Cataluccio in due occasioni cita Svetlana Aleksievic, giornalista ucraino-bielorussa che ha raccontato la tragedia nel suo "Preghiera per Cernobyl'". E allora, visto che un libro apre sempre un altro libro, l'ho letto. Anzi, l'ho vissuto, perché il libro della Aleksievic ti porta lì, tra questi sopravvissuti a metà. 

"Preghiera per Cernobyl'" è un intenso libro di dialoghi, dove emerge tutta la cruda realtà di quello che noi possiamo solo immaginare. A parlare sono persone di ogni estrazione sociale: contadini, soldati, pompieri, madri, docenti universitari, liquidatori, cineoperatori, medici, ingegneri, storici, mogli, insegnanti, credenti, atei e, soprattutto, tantissimi devoti alla "religione comunista".
Voci solitarie che finalmente possono narrare senza paura dei loro morti e dei figli malati, delle risposte che non hanno ricevuto, dei corpi che non hanno potuto seppellire e delle bugie del governo. Sono storie diverse, ma nessuna di queste ha un finale felice. Perché Chernobyl ha avvelenato le loro vite e il loro tempo. E anche il nostro tempo.

12 dicembre 2021

La famiglia Karnowski e la bella Signora Seidenman


Uno è un libro accolto dai lettori con grande entusiasmo. L’altro è un romanzo che pochi conoscono. Uno è firmato da uno scrittore polacco e autore yiddish. L’altro è stato scritto da un autore polacco molto legato al mondo yiddish.

Entrambi parlano della condizione ebrea, entrambi raccontano le vicende di più voci e hanno come importante elemento caratterizzante la storia passata e il valore del tempo che scorre.
Entrambi, e questa è la cosa fondamentale per chi ama i libri, ti rapiscono in una lettura coinvolgente e, allo stesso tempo, ricca e interessante.

La famiglia Karnowski di Israel J. Singer, fratello minore del Nobel per la letteratura Isaac B. Singer, è un romanzo profondo dalla trama affascinante che ti cattura nel suo vortice di parole ed emozioni dalla prima all’ultima riga.
La famiglia Karnowski è un romanzo grande, un’opera quasi classica. Una meravigliosa saga familiare che attraversa decadi e paesi raccontando la storia di una famiglia ebrea.
Dalla Polonia a Berlino fino ad arrivare in America, Singer ci accompagna alla scoperta della storia di tre generazioni profondamente diverse e in contrasto tra loro.
Il percorso è ricco di spunti di riflessione che hanno come tema principale modi diversi di essere ebrei, la loro relazione con la storia e, più in generale, il rapporto tra generazioni.
Un affresco familiare meravigliosamente dipinto con le parole di cui è stato detto tutto, quindi va semplicemente letto.

La bella signora Seidenman è invece un libro del polacco Andrzej Szczypiorski. Un romanzo ricco e bellissimo, attraverso il quale lo scrittore riesce a raccontare in modo magistrale tutto il dramma del suo paese. Dramma iniziato a partire dalla seconda guerra mondiale (il romanzo, in polacco, si chiama infatti Poczatek che significa “inizio”).
L’ambientazione è spietata: Varsavia, 1943. La protagonista è invece un’affascinante donna ebrea, Irma Seidenman, che si ritrova a vivere in un periodo storico crudele. Denunciata da un delatore ebreo, scoprirà che salvarsi può significare anche rinnegare se stessi.
Attorno alla storia di Irma si tessono i destini e le vicende di altri personaggi. Ognuno con i suoi comportamenti, il suo modo di vedere il mondo e un diverso ruolo in quello che fu un periodo storico feroce e tragico. Szczypiorski costruisce in modo magistrale e minuzioso le personalità di questi “co-protagonisti”, tanto che alla fine diventano espressione delle complessità della realtà e dell’incapacità di porre una netta distinzione tra bene e male.
Se la bella signora Seidenman è un racconto coinvolgente e ricco non è solo per la sua storia e la sua raffinata e ricca scrittura, ma per la capacità dell’autore di trascendere il periodo in cui si svolge la storia.

Nella famiglia Karnowski il fattore tempo è raccontato attraverso il susseguirsi delle generazioni. Szczypiorski, con sapiente maestria, sceglie invece di aprirci piccole finestre sul futuro che ci permettono di intravedere le sorti dei personaggi e del mondo intero. Un espediente narrativo di rara maestria che dona al romanzo un ampio respiro storico.

08 novembre 2021

Le voci di Svetlana Aleksievic

Sono voci. Alcune gridano, altre sussurrano. Alcune sono rotte da un piano dell'anima, altre ancora vibrano di una rabbia che non trova sfogo e di un disgusto inarrestabile.
Piangono non solo su un passato tormentato, ma anche su un presente che ha deluso ogni aspettativa. Piangono perché, per molti motivi, il presente è peggio del passato.

Questo è il "Tempo di seconda mano" di Svetlana Aleksievic, la descrizione della vita in Russia dopo il crollo del comunismo. Un libro che ti ferisce nel profondo, ti blocca il respiro, chiama le tue lacrime.

Come in "Preghiera per Chernoby'", anche in queste pagine Svetlana racconta un dramma corale raccogliendo storie, documenti, interviste, appunti. Tutte diverse, ma ugualmente toccanti.

Non c'è speranza in questo libro, e nemmeno belle storie a lieto fine. La stessa lettura deve procedere lentamente, a piccole dosi, in modo da non essere risucchiati in questo amaro vortice.

C'è tanto dolore in questo libro. Un dolore che però, se ben capito e interpretato, può essere una lezione utile per analizzare la realtà odierna, per accrescere la nostra capacità di analisi critica e il nostro bagaglio culturale, che è fondamentale per orientarsi nella giungla degli avvenimenti moderni.

E la scrittura? È spietata, asciutta, vera, con un sapiente uso della punteggiatura e delle pause, che arricchisce di emozione ogni singola testimonianza, quasi tutto il libro fosse un malinconico spettacolo teatrale.


17 febbraio 2021

Quando tutto diventò Blu

Quando finisco un libro particolarmente bello, spesso lo associo a un aggettivo. È il mio modo per sintetizzare il volume appena chiuso e definirne l'essenza. È un'illuminazione, un'associazione mentale improvvisa, una pratica che mi aiuta a riordinare le idee e le emozioni suscitate dal racconto.
È capitato anche con "Quando tutto diventò blu", graphic novel del bravissimo Alessandro Baronciani.

19 aprile 2017

Intervista a Laura Scarpa del blog "caffè a colazione"



Straordinaria, precisa, sempre interessante. Questa è Laura Scarpa, fumettista e illustratrice italiana che da anni incanta il pubblico con il suo blog "Caffè a colazione". Le sue creazioni, rappresentazione perfetta della meravigliosa potenza e magia del disegno manuale, offrono sempre uno spunto per sognare o riflettere. Ho avuto il piacere di intervistarla. Ecco cosa mi ha raccontato.

21 marzo 2017

Due volte a settimana di Ernesto Valerio, storie di vite, memorie, oggetti

Foto sbiadite, lettere, cappotti vecchi, barattoli e barattolini, orologi, ricevute e tanti, tantissimi, documenti. Gli oggetti hanno memoria?

Secondo lo scrittore Ernesto Valerio la risposta è sì. Ogni oggetto assume un significato nel momento in cui entra in contatto con una vita e diventa davvero testimone di relazioni, abitudini, situazioni, gioie e dolori.

Questo è il tema di "Due volte a settimana", libro che racconta la storia e le storie di Elio, giovane uomo che ha trasformato la ricerca di oggetti usati in lavoro.
Elio è uno "svuota cantine", un amante del vintage, un assiduo frequentatore di mercatini. Uno di quei personaggi, chiamati in America "Junker", che possiamo trovare in molte trasmissioni tanto di moda in questo momento.
Ma, più di tutto, Elio è un ricercatore e custode di memorie passate. Maneggia oggetti abbandonati e storie, che scopre e riporta alla luce. E torna sempre a casa carico di cose, persone, impressioni.

01 febbraio 2017

La parte migliore del giorno di Philippe Delerm

La parte migliore del giorno di Philippe Delerm è un curioso libricino di 155 pagine che ho ricevuto in dono da un collega tanti anni fa, prima che Mindfulness, Yoga e Pilates diventassero pratiche comuni e gettonatissime.
Ad accompagnare questo gradito regalo un biglietto che mi augurava di scoprire il piacere della lentezza, quando ancora la lentezza non era un concetto fondamentale per sopravvivere a una società sempre più veloce e schizofrenica.

08 dicembre 2016

L'uomo dei dadi

Immaginate di essere indecisi tra pizza e gelato e di affidare la scelta a un dado.
Poi fate decidere al dado cosa fare sabato e domenica, se mentire o dire la verità, dove andare in vacanza. Immaginate d'investire ogni volta un pezzo sempre più importante della vostra vita.
Lasciatevi prendere dal gioco, fate salire la febbre e optate per scelte sempre più trasgressive ed estreme. Qualche esempio? Tradire o no il proprio partner, fare del male a una persona.
Immaginate ora di essere uno psicanalista e di scegliere questa come pratica di vita e di cura dei vostri pazienti.
Questo è, in sintesi, "L'uomo dei dadi" di Luke Rhinehart, recentemente ristampato dalla casa editrice Marcos y Marcos in un grazioso formato tascabile.

09 ottobre 2016

Sulla pelle viva, il Vajont raccontato da Tina Merlin

Correva l'anno 1963, il giorno 9 ottobre e le ore 22.36. Un momento fatale che, come ogni altro momento fatale della storia, scelse di occupare uno spazio preciso. In quell'istante sciagurato, 270 milioni di metri cubi di terra e 50 milioni di metri cubi di acqua ammutolirono un'intera valle. Longarone venne spezzata via, Erto e Casso ferite a morte.

Fu un disastro, ma un disastro difficile da digerire. La natura si era trasformata in nemico perché stuzzicata dall'uomo. Perché il Vajont non solo era prevedibile, ma anche evitabile.

23 settembre 2016

Europa in seppia di Dubravka Ugrešić

Sapete quali sono i tre viaggi per abbienti di tendenza oggi? C'è il Dark Grief Tourism, viaggio attraverso luoghi che hanno ospitato violenza; il Poverty Tourism, ottima scelta per gli appassionati di povertà (altrui, ovviamente!) e il Political Tourism, che offre un'esperienza in zone politicamente calde del mondo.
Se fermento e fantasia contraddistinguono il mondo dei tour operator, poca è la creatività se parliamo di capitale estetico. Oggi siamo tutti belli, curatissimi e perfetti come star. Sono impeccabili anche gli adolescenti, da quando look prodotti in serie dai guru della moda hanno sostituito maglioni sformati e sopracciglia foltissime.
D'altronde è il mercato che ci chiede di sbarazzarci di visi asimmetrici, nasoni, coloriti pallidi e altri errori di produzione che una volta ci rendevano unici.

11 settembre 2016

Quattro undici settembre



Al di là delle opinioni, dei misteri e delle teorie, l'11 settembre è una data che rimarrà impressa nella nostra memoria per sempre. Perché, come capitato anche a Parigi, Istanbul e Londra (solo per citarne alcuni), a pagare il prezzo più alto sono state le persone comuni.
Molti sono gli scrittori che hanno scelto questo tragico avvenimento per dar vita a storie complesse e toccanti. Quelli che (personalmente) ritengo valga la pena di citare sono Gabriele Romagnoli con "Un tuffo nella luce", Jonathan Safran Foer con "Molto forte, incredibilmente vicino", Don De Lillo con "L’uomo che cade" e Paul Auster con "Follie di Brooklyn".

23 luglio 2016

Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère

Da quando mi sono persa tra le pagine di "Limonov" e "La vita come un romanzo russo", Emmanuel Carrère è entrato prepotentemente a far parte della cerchia dei miei autori preferiti. Tuttavia, il libro che ha lasciato in me un'impronta indelebile è "Vite che non sono la mia". Molto più di un romanzo, molto più di una storia vera, molto più di un libro caratterizzato da una scrittura sincera. Molto più di tutto.

Classe 1957, Emmanuel Carrère è scrittore, sceneggiatore e regista francese. Oserei aggiungere: senza troppi peli sulla lingua.
"Vite che non sono la mia" è invece un suo libro - passato un po' in sordina - del 2009.

La sinossi è semplice: Carrère, in pochi mesi, assiste a due eventi drammatici che lo sconvolgono. Vittime due Juliette, una bambina morta durante lo Tsunami del 2004 e un'indomita donna impegnata in una battaglia contro il cancro.
La prima si trovava in Sri Lanka in vacanza mentre anche lo scrittore era lì, la seconda faceva il giudice ed era la cognata di Carrère.
Lo scrittore diventa quindi involontario testimone di due eventi che da sempre lo spaventano: la morte di un figlio per i suoi genitori e la morte di una madre per la sua famiglia.

Mosso da un suggerimento che diventa presto obbligo morale, l'autore trasforma le due storie di dolore e morte in un romanzo unico. Perché questo è Carrère: un autore capace di esprimere con una scrittura trasparente e affilata tutte le luci e le ombre della realtà.

"È un libro" - come ha detto l'autore - "dove tutto è vero". E per questo risulta essere così potente, per questo riesce a colpire in modo così forte.

Tra le pagine di questo intimo romanzo le storie crescono e si arricchiscono, e le situazioni miste a parole taglienti avvolgono e frastornano il lettore.

La vita, in tutta la sua altalenante potenza, si cristallizza nella scrittura e nel voyeurismo tipico di Emmanuel Carrère che trova finalmente la sua funzione: analizzare, sminuzzare e portare alla vera essenza la sofferenza.
Così il dolore - elemento inevitabile della vita - trova finalmente pace tra le pagine di un racconto. A dimostrazione di quanto la scrittura abbia un potere esorcizzante. Per chi scrive e chi legge.

13 luglio 2016

La gang del pensiero

"L’unico consiglio che posso dare, se per caso vi doveste svegliare in uno strano appartamento, in preda alle vertigini, con un’emicrania postsbronza saldamente installata nella testa, senza uno straccio addosso, mentre la polizia sta buttando giù la porta a mazzate con un sottofondo di latrati di cani infuriati, e vi ritrovate per di più circondati da mucchi di riviste patinate con foto di adulti, l’unico consiglio che posso dare, ripeto, è questo: cercate di comportarvi in maniera educata e di mostrarvi di buon umore".

Considerando che difficilmente rido ad altissima voce leggendo un libro, per aver ottenuto questo piccolo miracolo "La gang del pensiero ovvero la zetetica e l’arte della rapina in banca" si merita il riconoscimento di libro più divertente, ironico, e soprattutto intelligente, che abbia mai letto. So che gli aggettivi sono tanti, ma questo romanzo se li merita, perché dalla prima all’ultima riga ho riso di gusto, e ho dovuto anche rivalutare l’humor inglese. Ben due miracoli!

Con le avventure di Eddie Coffin, filosofo inglese cinquantenne acido e pessimista, e Humbert, un criminale dalle mille protesi e malattie, si ride (o sorride, secondo i gusti) in ognuna delle 370 pagine che compongono il libro. E il riso non nasce solo da un elenco di vicissitudini esilaranti, il merito è tutto di una scrittura abile e veloce che riesce a descrivere situazioni e comportamenti umani con un’arguta ironia. Regalandoci anche qualche pillola di filosofia, che non guasta.

I due protagonisti, tra sbronze, risse, rapine e riflessioni paradossali unite a un’acuta osservazione della realtà, ci regalano un grande esempio di comicità intelligente.
La grande qualità di Tibor Fisher è che possiede quell’ironia sarcastica, a volte un po’ acida, tipica di un satirico. Quell’ironia che descrive la realtà principalmente tramite metafore che arrivano solo chi è in grado di recepirle. Un’ironia ben diversa dalla capacità di far ridere raccontando volgari barzellette da bar, tipica di chi di intelligenza ne ha poca.

Eddie e Hubert sono senza dubbio i miei eroi personali. E anche Tibor Fisher.

Il tempo delle donne

Se l’emozione che nasce dalla lettura di un romanzo deriva per metà dalla bellezza del romanzo stesso e per metà da un’esperienza personale, come raccontarla?

In realtà l’ho già fatto due volte: una con i libri di Magda Szabo e una con il fumetto Marzi. E ora è tempo di arricchire il tema letteratura femminile con altri due libri.

"Il tempo delle donne" di Elena Cižova racconta della Russia dei primi anni sessanta. La protagonista è Antonina, giovane operaia incinta di un uomo che l’ha abbandonata.
La soccorre lo stato sovietico, assegnandole un alloggio in coabitazione con tre anziane donne. Saranno loro a prendersi cura della bambina, occupandosi della sua educazione.
Attraverso il racconto orale, ovvero la storia delle loro vite e le sofferenze affrontate, e quello scritto, i libri e le arti, le tre donne formano Sjuzanna. E la formano in maniera talmente perfetta che la traccia scavata diventa un germoglio che crescerà, trasformando la bambina in una giovane donna riflessiva, curiosa, ricettiva agli stimoli che la circondano, e infine ricca caratterialmente.

Assorbire i racconti, abituarsi ad ascoltare, sviluppare la capacità di riflettere ed essere curiosi – elementi che portano a rispettare profondamente libri, arti e cultura in generale – erano (e spero siano ancora) parte fondamentale del metodo di educazione dei paesi dell’Est, soprattutto per le donne.

Per questo sono nate persone come Magda Szabo e Wisława Szymborska, donne capaci di parlare delle emozioni umane in maniera altamente poetica e allo stesso tempo infinitamente concreta.

Perché parlo della poetessa polacca? Perché leggere il libro di Elena Cižova in contemporanea con “La gioia di Scrivere” di Wisława Szymborska, ne ha amplificato l’effetto poetico e la riflessione sulle caratteristiche di queste donne che in comune hanno la provenienza geografica.

La vita quotidiana nella Russia comunista e la delicatezza della penna di Elena Cižova, si sono perfettamente sposate nella mia mente con l’arte poetica di Wisława Szymborska, che ci ha raccontato “le cose della vita” in modo impareggiabile.
E con una poesia di questa profonda donna, che va scoperta e ri-scoperta continuamente, vi lascio.

Ritratto di donna
Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo!

29 giugno 2016

Viaggio tra le anime baltiche di Jan Brokken

"Leggere è come viaggiare": un concetto così vero e meraviglioso da risultare banale per chi ama perdersi quotidianamente tra le pagine di un romanzo o saggio.
Aggiungiamoci però un dettaglio: leggere è un viaggio che oltrepassa i confini di una singola lettura, tanto che dopo un po' risulta difficile ricordarsi il punto di partenza e tutte le tappe.

Questo capita quando incontriamo un riferimento a un libro in un altro libro oppure quando un luogo, un momento storico o un personaggio meritano ulteriori approfondimenti.

È l'essenza del "liber librum aperit", di cui vi avevo già parlato in occasione del post dedicato a Francesco Matteo Cataluccio.

Anime baltiche di Jan Brokken è un meraviglioso volume dove si viaggia, e anche tanto. Si viaggia mentre lo leggi - quando ti ritrovi a seguire l'autore lungo le strade delle repubbliche Baltiche - e quando l'hai finito perché gli spunti per continuare il viaggio - inutile dirlo! - sono tantissimi. I racconti sono infatti dodici per un itinerario che tocca Lettonia, Lituania ed Estonia, luoghi poco conosciuti dai molti, ma ricchi di storia e storie.

Tra le pagine di Brokken rivivono l'arte di Mark Rothko e i film del regista Ėjzenštejn, le sinfonie di Arvo Pärt e i pensieri di Hannah Arendt. Non mancano poi vite avventurose come quella dello scrittore Romain Gary e un racconti di resistenza dedicato a una libreria capace di superare entrambe le guerre mondiali. È un libro di vite e vita, fatto di passioni, illusioni e quella nostalgia tipica dei popoli che hanno sofferto troppo.
In Anime baltiche c'è la storia, difficile e violenta. Ci sono Riga, Tallinn, e Vilnius, con i loro quartieri ebraici, i castelli e palazzi borghesi dal sapore ottocentesco. E c'è, in ogni parola - la sensibile, curiosa e indomita anima baltica. Quell'anima che, attraverso arte, musica e poesia, ha contribuito alla grandezza di questi protagonisti della storia e ci ha regalato tanta bellezza.

21 giugno 2016

Patagonia e Vajont, storie di un passato scomparso

C'erano una volta due gruppi di persone che vivevano una vita semplice, all'insegna dei racconti attorno al camino, del contatto con la natura e del rispetto nei confronti degli altri esseri viventi.
C'era una volta una vecchietta che rendeva fertile la terra che toccava, un forte spirito di collaborazione e l'amore per il proprio lavoro quotidiano.
C'erano una volta due terre. Oggi sono rimasti due libri.

La Patagonia di Luis Sepulveda

"Ultime notizie dal Sud" di Luis Sepulveda racconta il viaggio di uno scrittore e un fotografo.

I due, armati di una Moleskine e una Leica, decidono di esplorare la Patagonia alla ricerca di storie.
Tra paesaggi mozzafiato e luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, entrano in contatto con una realtà in via d'estinzione, fatta di natura e artigianato, suggestive leggende e vite avventurose.

Nel deserto incontrano una persona in cerca del legno perfetto per un violino speciale; in un bar il discendente di Davy Crockett; a El Bolson un vero folletto. Ma si tratta sempre di ultime storie, di piccoli brandelli di un passato che già oggi non è più possibile ritrovare. E la toccante avventura della coppia si trasforma nello struggente addio a una regione cancellata dall'avidità dei potenti della terra.


Il Vajont di Mauro Corona

Di ultime storie parla anche "Il volo della martora" di Mauro Corona, potente e malinconico racconto dedicato al Vajont e alla sua gente.

Quelle di Corona sono narrazioni dal sapore montanaro, che hanno per protagonisti falegnami e cacciatori e raccontano non solo di animali, fiori, alberi, ma anche di sentimenti, aspirazioni, valori. Tutti scomparsi.

Le pagine si susseguono riempiendosi di calore e umanità e, a volte, anticipano quello che sarebbe stato il destino della gente del Vajont, al di là del disastro del 9 ottobre 1963.

Emblematico in questo senso è il racconto dell’avvento (grazie ai lavori sulla diga) di nuove possibilità lavorative e maggiore disponibilità di denaro che portano in città la prima televisione, televisione che sostituisce immediatamente il consueto momento del racconto attorno al fuoco, annientando tradizioni e distruggendo l'anima di un paese.

L'evento diventa una delle prime cause della lenta e inesorabile trasformazione della gente del Vajont, resa dal capitalismo più solitaria, più fredda, più chiusa. E soprattutto dotata di sempre meno parole.
Parole che, per fortuna, è ancora possibile ritrovare nei libri.

Due favole tristi, un monito per il futuro
I racconti di Mauro Corona e Luis Sepulveda sono favole dal triste finale che riguardano anche noi, perché ci ricordano l’importanza di ridimensionare il concetto di crescita e sviluppo.

Svuotati di contenuto, senza tradizioni e valori, schiavi dei consumi e privati della stessa facoltà d'immaginare o pensare, diventiamo peggiori dimenticando completamente la magia del mondo che ci circonda.

Poiché rimarginare le ferite del passato è sempre più difficile che prevenire scelte sbagliate, vi consiglio di trovare in questi libri una guida a ciò che conta e che vale davvero la pena difendere e preservare. Gli splendidi racconti di Corona e Sepulveda, per chi è in grado di apprezzarli, possono essere un meraviglioso salvagente per mantenere intatta la propria umanità.